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Il grido silenzioso



 

I sassolini di padre Gheddo, buon missionario ma non buonista
 di Antonio Socci

[Da "Il Foglio", 06 Dicembre 2001]

Le sue sono le scarpe di un missionario, che hanno percorso migliaia di chilometri fino ai bassifondi più sperduti del pianeta. Dopo aver diretto le riviste del Pontificio istituto missioni estere, oggi, a 72 anni, Piero Gheddo - personalità stimatissima dal Papa - dirige l’Ufficio storico del Pime e da quelle scarpe si toglie alcuni sassolini. Con ironia e bonomia com’è nel suo temperamento aperto e generoso, non per recriminare, ma per documentare la cecità volontaria di una cultura ideologizzata. La nostra. Che nel corso di questi decenni ha indotto tanta parte dei cattolici a intrupparsi da conformisti dietro al pensiero dominante, o in altri casi ad arrendersi di fronte alla prepotenza delle menzogne.

"In Italia - scrive padre Gheddo - sono stato forse il primo a denunziare i massacri dei Khmer rossi (1975-1976), quando si diceva che erano ’invenzioni della Cia’: persino il quotidiano cattolico Avvenire non voleva pubblicarmi i servizi e il direttore Angelo Narducci mi pregò di scrivere una ’lettera al direttore’, perché il giornale non se la sentiva di far proprie quelle notizie; le editrici cattoliche (la Emi e altre) non volevano pubblicare il volume Cambogia, rivoluzione senza amore, che poi editò la Sei, dopo molte insistenze".

È una delle tante perle contenute in Davide e Golia. I cattolici e la sfida della globalizzazione (San Paolo), libro intervista [...] di padre Gheddo. Che riserva altre perle, davvero preziose per capire la nostra storia: "Anche un sant’uomo come padre Davide Turoldo, del quale ho un grande e positivo ricordo (ci volevamo bene pur bisticciando a volte) mitizzava i regimi comunisti e il socialismo. Nel novembre 1973 venni invitato al congresso dei ’Cristiani solidali con Vietnam, Cambogia e Laos’ a Torino. Raccontai quel che avevo visto, tra fischi e contestazioni, com’era normale a quel tempo. Poi Turoldo mi porta in un camerino di quel teatro e col suo vocione mi dice: ’Anche se quel che racconti è vero, tu sei comunque fuori strada. Non capisci che danneggi l’idea socialista? Perché, Piero, ricordati che il socialismo è l’unica speranza dei popoli poveri e il socialismo trionferà’. Ripensandoci, non mi scandalizzo nemmeno troppo, perché ricordo che al crollo del Muro una rivista missionaria pubblicò un editoriale che diceva: Il comunismo è stato sconfitto. E ora chi prenderà le difese dei poveri?".

Padre Gheddo - che conosce i paesi poveri davvero e ha constatato gli effetti devastanti dei regimi socialisti anche in Africa e Asia - mette i piedi nel piatto del politically correct: "Se in Vietnam avesse vinto la parte filo-americana, oggi il paese sarebbe democratico e sviluppato come la Corea del Sud e Taiwan, non sotto una dittatura e in preda al sottosviluppo e alla fame (com’è anche la Corea del Nord)".

Constatazioni ovvie, ma che ancora oggi hanno il potere di scandalizzare i benpensanti, sennonché padre Gheddo ha avuto un punto di vista unico sul mondo, potendo mettere insieme le testimonianze personali, le cose viste di persona, con i dati economici, statistici, culturali su cui lavorano gli studiosi. Cosicché può scrivere: "Il cancro dell’Africa non sono le multinazionali, ma i militari, che assorbono buona parte dei bilanci nazionali (circa il 30 per cento) e sono all’origine delle molte guerre... Il secondo cancro sono stati i regimi socialisti".

Gheddo è convinto che sia la scuola, l’istruzione, il motore dello sviluppo e "nell’Africa nera, se togliamo le scuole delle missioni cattoliche e protestanti, quasi non esistono scuole autentiche per il popolo", ma con alcune "eccezioni", dice il missionario senza paura di scandalizzare ancora una volta: "Il Sud Africa, lo Zimbabwe e la Namibia, perché i governi dell’apartheid, condannabili per il razzismo programmato, davano però grande importanza alla sanità, alla scuola e alle università per neri: questo ha fatto del Sud Africa il motore economico del continente... Perché il Sud Africa copre col suo granoturco l’insufficiente produzione dei paesi vicini come Tanzania, Zambia, Malawi, Mozambico e altri? Per ché il contadino nero sudafricano ha una sufficiente istruzione e il suo lavoro è sostenuto dallo Stato; negli altri paesi no".

Il bello di questo libro è questo: sono messi al bando i proclami altisonanti e i luoghi comuni. Padre Gheddo parla di fatti e il peso dei fatti seppellisce le ipocrisie. A cominciare dal buonismo ulivista che ha predicato terzomondismo, ma ha razzolato malissimo. "In Italia - dice Gheddo - c’è un medico ogni 250 italiani, in Tanzania uno ogni 30 mila abitanti. Nel gennaio 2001 il ministero degli Esteri ha bloccato 108 miliardi destinati a questi organismi già stanziati da anni: perché le ’tute bianche’ e il Genoa Social Forum non protestano?".

È un nervo scoperto, questo. Che ci sia stata e ci sia una sinistra che sostiene e proclama i dogmi dell’ideologia e le sue menzogne è scontato. Quello che sconcerta padre Gheddo è che il mondo cattolico si sia fatto gregario. Non solo negli anni ’70, ma anche nel luglio scorso a Genova, dove - stando a uno studio di Limes confermato dal Giuseppe De Rita - la metà dei manifestanti antiglobal erano cattolici. A quel tempo padre Gheddo fu tra i promotori di un appello di cattolici che criticavano il Manifesto firmato da più di 60 organizzazioni ecclesiali. Nel suo libro li riproduce entrambi e spiega perché quel Manifesto "mi ha sinceramente scandalizzato". Rivendicazioni, le loro, copiate di sana pianta da Agnoletto e compagni e che dimenticano la presenza sul campo dei missionari e lo scopo dei cristiani: "Annunziare Cristo". Ai cattolici che demonizzano la globalizzazione Gheddo snocciola una serie di sorprendenti citazioni dai documenti di Giovanni XXIII fino al papa attuale. Tutt’altro che negative. Tutte da meditare.

© Il Foglio

 


 
   

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