I
severi costumi di Roma repubblicana
Si
parla frequentemente della corruzione presente in Roma
nell'epoca imperiale. In tal modo, molti finiscono per
ignorare che nell'epoca precedente, quella repubblicana,
che vide Roma imporsi al mondo intero, i suoi costumi
erano invece molto rigorosi. E ciò fu un elemento
che contribuì a rendere praticamente invincibile
l'esercito romano.
A quell'epoca, in Roma la vita civile e quella militare
erano così intracciate che se qualche cittadino
avesse mirato a ricoprire una qualsiasi carica politica
(tranne l'edilità) gli era d'obbligo aver prima
compiuto dieci anni di servizio militare.
Ne consegue che non è possibile comprendere la
situazione di quel tempo se non si ha prima un'idea precisa
dell'esercito romano. Le informazioni più complete
su di esso le forniscono due storici che ne hanno fatta
esperienza personale, Polibio e Flavio Giuseppe (Polibio,
Libro VI, capitoli dal 19 al 42 – Flavio Giuseppe,
La guerra giudaica, cap. III dal 5,1 al 5,8 e passim altrove).
Nell'esercito
romano, ogni militare aveva un suo posto ben preciso sia
nell'accampamento, sia in marcia, sia in battaglia, e
non poteva lasciarlo finché era vivo. Ai superiori,
ogni recluta prestava personalmente giuramento di obbedienza
e tutti erano tenuti ad osservare una ferrea disciplina.
L'unica, inevitabile punizione per le mancanze gravi era
il terribile fustuarium, che Polibio così descrive:
effettuato un rapido processo da parte dei tribuni, e
pronunciata la sentenza, uno di essi toccava il condannato
con un bastone: “In seguito a ciò tutti i
soldati lo colpiscono con bastoni o pietre, cosicché
per lo più lo uccidono nel campo, ma neppure chi
scampa alla morte ha possibilità di salvezza. E
come potrebbe averla? Non gli è lecito tornare
in patria, e dopo tale condanna nessun parente oserebbe
accoglierlo in casa”.
Poiché in combattimento a nessuno era lecito lasciare
il posto assegnatoli “accade che a molti... pur essendo
sopraffatti... muoiono sul posto per timore della punizione,
evidentemente più temuta della morte in battaglia”.
Poteva
però capitare che non un singolo soldato, ma un
intero reparto cedesse la posizione: in questo caso “i
Romani non condannano tutti [i soldati implicati], ma
alla presenza dell'intero esercito... il tribuno estrae
a sorte ora cinque, ora otto, ora venti uomini, in proporzione
al numero dei colpevoli, in modo che i sorteggiati siano
circa un decimo del totale”. Questi venivano puniti
col fustuarium. Gli altri con misure di disonore, molto
temute, e costretti ad accamparsi per indegnità
fuori dall'accampamento, e ad alimentarsi solo di orzo.
Polibio ci offre anche l'elenco di quelli che venivano
puniti col fustuarium per mancanze commesse all'interno
dell'accampamento: anzitutto chi commetteva una trascuratezza
nel rigoroso servizio di guardia, poi “chi è
sorpreso a rubare, chi fa testimonianze false, chi abusa
del proprio corpo (su questo punto torneremo più
avanti), e infine chi incorre tre volte nella stessa mancanza
minore”.
Circa
le esercitazioni e l'addestramento militare, Giuseppe
Flavio riferisce: “Le manovre si svolgono con un
impegno per nulla inferiore a quello di un vero e proprio
combattimento... ogni giorno tutti i soldati si esercitano
con tutto l'ardore come se fossero in guerra...”,
per cui “non sbaglierebbe chi chiamasse le loro manovre,
battaglie incruente, e le loro battaglie, esercitazioni
cruente”.
Continua: “Comportandosi con eguale disciplina anche
in battaglia, essi celermente eseguono le conversioni
nella dovuta direzione, e in schiera compatta avanzano
o indietreggiano a comando... Così assoluta è
la loro ubbidienza ai capi, da costituire un ornamento
in tempo di pace e, in battaglia, da cementare l'intero
esercito in un blocco unico”.
Fatto importante: “I Romani ritengono preferibile
al successo dovuto al caso, l'insuccesso conseguito nel
rispetto della disciplina”.
Tutto ciò spiega la loro quasi invincibilità
nei confronti di ogni altro esercito e se ci è
concesso dirlo, qui si affaccia prepotentemente, alla
mente di chi scrive, il ricordo dei soldati tedeschi nel
nostro tempo: i quali, quanto a disciplina ed efficienza
militare, erano in tutto e per tutto così.
Quanto
all'affermazione di Polibio, “chi abusa del proprio
corpo” dobbiamo intendere chi si prestava a pratiche
omosessuali: tali pratiche comportavano dunque la messa
a morte. Il che ci fa ben comprendere il rigore morale
presente in quell'epoca (a differenza di quelle successive)
nella società romana, nella quale tuttavia non
esistevano limiti agli abusi sui popoli vinti e sugli
schiavi, che erano considerati non esseri umani ma cose.
Lo storico francese Jean-Noel Robert è chiaro al
riguardo: “In quest'epoca le relazioni con un invertito
non sono considerate peggiori di quelle con una prostituta:
l'essenziale è che l'uno come l'altra siano d'origine
servile”.
Una
testimonianza concreta del rigore morale vigente tra i
soldati ancora un secolo dopo, ci è offerta da
Plutarco (Vita di Gaio Mario, 14): nell'anno 103 a.C.
un ufficiale superiore, Gaio Lusio, nipote dello stesso
Mario, aveva nottetempo convocato nella propria tenda
un soldato di bell'aspetto, tale Trebonio, con l'intento
di violentarlo. Per impedirglielo, il soldato “sguainò
la spada e l'uccise. Mario... istituì un processo”
nel quale emerse con chiarezza l'accaduto. Allora “Mario...
comandò che fosse portata la corona che tradizionalmente
si attribuisce a un atto di valore, e con le sue stesse
mani incoronò Trebonio, elogiandolo per il gesto
“altamente onorevole” da lui compiuto... La
notizia di questo fatto arrivò a Roma e contribuì
molto a far attribuire a Mario il terzo consolato.