Il
capolavoro della letteratura sovietica
Cos’è
successo nel campo delle lettere in Unione Sovietica? Si conceda a chi
— come l’estensore di questi scritti — fa
professione di letteratura, una breve escursione in tale campo. Il
pezzo è dedicato alla miriade di autori ed intellettuali
d’ogni risma che nei trascorsi decenni, praticamente da tutti
i maggiori mass media italiani, trattavano come «spazzatura
della storia» noi pochi isolati che al marxismo ci opponevamo.
Nel
150° anniversario della nascita di Tolstoi i giornali
riferiscono di celebrazioni già effettuate o in
preparazione (ce ne sarà presto una anche a Venezia).
A noi l’anniversario offre lo spunto per una riflessione.
Secondo la concezione marxista, essendo tutto il reale composto
soltanto di materia, e l’arte e la letteratura
nient’altro che ‘sovrastrutture’ o
emanazioni della materia, nella ‘società
nuova’ (‘socialista’ prima e
‘comunista’ poi) in parallelo con un enorme
sviluppo della produzione materiale si sarebbe dovuto avere anche un
enorme sviluppo delle arti e della letteratura: in URSS i nuovi Puskin
e Tolstoi sarebbero dovuti abbondare e pullulare (non stiamo
scherzando, ma riferendo un’attesa obiettiva).
Non
soltanto però questo fatto non si è verificato,
ma si è verificato addirittura il suo contrario; come scrive
con rincrescimento uno dei maggiori studiosi della storia sovietica,
Isaac Deutscher: «la poesia e la narrativa russa smarrirono
la strada luminosa delle loro tradizioni.., i due poeti più
originali della Russia di allora, Yesenin e Mayakovsky, si tolsero la
vita... Simbolo vivente delle glorie passate, Maxim Gorky, [pur]
acclamato.., rinunciò virtualmente ad ogni
attività produttiva negli ultimi anni della sua
vita». (Finirà assassinato dai sicari del regime,
dopo di che al suo nome verrà, con solenni cerimonie,
intitolata una grande città).
A
questo punto, dall’attesa di molti Tolstoi, si
passò ad auspicarne la comparsa di almeno uno. Ricorda
ancora Deutscher: «‘Dateci un Tolstoi
sovietico’ invocarono per molti anni i critici letterari
ufficiali. Ma il Tolstoi sovietico non apparve».
L’unico scrittore sovietico che abbia avuto il premio Nobel
fu Michail Sciolochov (altri tre scrittori russi furono dopo la
rivoluzione del 1917 insigniti del Nobel, cioè Pasternak,
Solgenitsin e l’esule ebreo Brodskij: si tratta
però, com'è noto, di antimarxisti, tanto che il
regime non ha consentito ai primi due di ritirare il premio).
Sciolochov
— cui il Nobel venne attribuito non per l’insieme
delle opere, ma specificamente per il romanzo Il placido Don
— ha avuto invece anche tutte le principali onorificenze
sovietiche, a cominciare dalle due maggiori: il premio Lenin e il
premio Stalin (coi milioni e i privilegi che sono ad essi connessi),
è inoltre da molto tempo deputato al Soviet Supremo, e
costituisce la massima autorità nel campo letterario
sovietico, dove un suo giudizio può stroncare o fare la
fortuna di uno scrittore.
Se la società comunista in Russia non ha prodotto un nuovo
Tolstoi, quanto di più vicino a Tolstoi essa ha prodotto
è dunque questo Michail Sciolochov. Il guastafeste
Solgenitsin però, che — nel suo rifiuto tenace
della menzogna — ha sollevato il velo sull’immensa
tragedia che sta dietro la facciata sovietica ostentata al mondo, ci
fornisce notizie che gettano una luce davvero significativa anche su
questo campione delle lettere sovietiche,
Solgenitsin
(il quale è, lui sì, una sorta di nuovo Tolstoj)
ha infatti pubblicato qualche anno fa a Parigi un volumetto dal titolo
“La corrente principale del placido Don - Gli enigmi di un
romanzo”, in cui cerca di scandagliare appunto gli enigmi
relativi al capolavoro di Sciolochov. La cui prima parte vide la luce
nel 1928 e incontrò subito un entusiastico favore non solo
in Unione Sovietica ma anche fuori, in quanto rivelatrice di uno
scrittore autentico, nel solco della più grande tradizione
russa. Nel 1929 apparve la seconda parte, e così neI 1930 la
terza. Già nel marzo ‘29 però la Pravda
(o Verità) dovette intervenire con una lettera a firma di
cinque specialisti, tra cui Fadiejev (in seguito suicidatosi), contro
voci sempre più insistenti che Sciolochov non fosse in
realtà altro che «un plagiario e il copiatore di
un manoscritto altrui». Alquanto più tardi
intervenne Stalin in persona, il quale proclamò il compagno
Sciolochov «lo scrittore eminente del nostro
tempo»: da quel momento nessuno osò più
parlare.
La
quarta e ultima parte de Il placido Don uscì dieci anni dopo
la terza, e si rivelò fiacca e scadente; così
pure i successivi lavori di Sciolochov, di cui i più noti
sono La terra dissodata e Hanno combattuto per la patria: opere
trombonesche, come tutte quelle della produzione sovietica ufficiale, e
totalmente prive della vigorosa poesia che permea le prime tre parti de
Il placido Don. Le quali tre parti, come Solgenitsin nel suo volumetto
pubblicato a Parigi ricorda, a parere di molti sono da attribuire a
Fiodor Kriukov, socialrivoluzionario (vicino a Kerenski) fieramente
antibolscevico, e membro della prima Duma per la circoscrizione del
Don, morto di tifo nel 1920 a cinquant’anni
d’età durante la guerra civile, mentre si ritirava
insieme alle formazioni cosacche battute — nonostante il loro
valore — dall’armata rossa di Trotsky.
Kriukov
(che vantava già giudizi critici molto lusinghieri, tra
l’altro di Gorki) stava da tempo scrivendo un’opera
sull’epopea cosacca, e durante la guerra civile non si
separava mai da un cofano contenente i manoscritti: i quali poi
scomparvero e non furono più ritrovati. Al momento della
morte egli era assistito da un giornalista cosacco, certo Gromoslavski,
che gli faceva da segretario; tre anni più tardi,
cioè nel 1923, la figlia di costui, Maria, sposò
Sciolochov.
Solgenitsin
— che non accusa direttamente Sciolochov di essere un
plagiario, e si limita a riferire con precisione dati e notizie
— conclude il suo volumetto riportando il lungo saggio di un
critico, certo D, non altrimenti qualificato, che nel testo de Il
placido Don individua due «tessuti lessicali e stilistici
diversi» e due «estetiche diverse»:
quella appunto dell’autore vero, e quella del
‘coautore’ che si è limitato a
interpolare e a rivoltare qua e là il testo, per farlo
quadrare con l’ideologia comunista.
Un
anno dopo Solgenitsin, un altro autore — Roy Medvedev, di cui
noi ci siamo già occupati — ha pubblicato lui pure
a Parigi, presso l’editore Christian Bourgois, un libro di
circa trecento pagine, dal titolo “Qui a écrit le
‘Don paisible’?” in cui fa un
accuratissimo esame dell’opera di Sciolochov non sotto il
profilo stilistico, ma della visione del mondo e delle cose. Risultato:
per otto o nove decimi l’opera quadra con la concezione
«separatista e pro-cosacca» di Kriukov, e solo per
il resto con quella del suo «raddrizzatore»
Sciolochov.
Se
avessimo ancora spazio disponibile sarebbe interessante riportare qui
la cronaca di una recente visita fatta dal dissidente Vladimir Osipov a
Sciolochov nella sua villa di V’escenskaja — sul
Don appunto — nel corso della quale visita Osipov ha appreso
dal maggiordomo che, nientemeno, il segretario dello scrittore
è anche segretario del comitato distrettuale del partito
comunista...
Comunque la si voglia rigirare, questa vicenda ci dà
un’ulteriore idea della realtà sovietica: non
altrimenti definibile che tragica anche in campo letterario.