Chi
fermerà Il cavallo rosso?
E'
fatta. La prima grande spallata al muro di omertà e silenzio
innalzato dagli italici critici di regime è stata data: "Le
figaro magazine", il prestigioso settimanale parigino di cultura, in
data samedi 26 decembre 1998 pubblica una foto a tutta pagina del volto
serio e rassicurante di Eugenio Corti.
E'
la recensione, entusiastica, dell'edizione francese de "Le cheval
rouge" (L'age d'Homme, Paris 1997, 190 F), che si annuncia con il
titolo inequivocabile di "Le monde selon Corti" (da pronunciare
Cortì, con l'accento sulla i): il mondo secondo Corti.
Cosa
succede ai lettori e ai critici d'Oltralpe? Come mai il pantheon
illuminista del laicismo culturale elogia uno scrittore cattolico
lontano da ogni moda e censurato dall'intellighenzia gramsciana?
"Amatori
di libri etici o morali, fate il grande salto, leggete Il cavallo
rosso" scrive Etienne de Montety, a cui non sembra vero di aver trovato
un romanziere "straniero a qualunque classificazione" in un epoca di
pataccari a grande tiratura. E presenta al pubblico francese le 1091
pagine attraverso le quali passa la Storia del nostro tormentatissimo
secolo: da Besana Brianza al Don, dall'Albania alla Linea Gotica, ecco
un autore che dà voce ai suoi personaggi su tutti i fronti
(di guerra e di pace, dal 1940 al 1974) e riscopre l'arte secondo
Aristotele, "cantare l'universale nel particolare".
Il
trionfo di Eugenio Corti in terra di Francia viene in un momento di
resa dei conti per la repubblica delle lettere italiana,
cioé proprio mentre l'egemonia gramsciana pienamente
realizzata sta crollando su se stessa: i Vittorini, i Calvino, gli Eco
chi li legge (e li regge) più? L'articolista di "Le Figaro"
è perfino crudele quando scomoda nel paragone Tomasi di
Lampedusa, ed elogia tramite Corti le nostre lettere, malgrado Moravia
e Sciascia: cosa s'inventeranno i potenti delle antologie e delle
terzepagine vedendo smascherata all'estero la propria pochezza ovvero
malafede?
L'opera
narrativa di Corti, a dire il vero, è apprezzata in mezzo
mondo, e non da oggi. Del suo romanzo d'esordio, I più non
ritornano (1947), il primo diario della ritirata di Russia, apprezzato
a suo tempo dall'Apollonio e da Benedetto Croce, esiste una traduzione
statunitense che sta facendo parlare di sé; Il cavallo rosso
(1983) è stato tradotto in lingua spagnola, lituana e
appunto francese e stanno per uscire le versioni inglese, giapponese e
romena.
Quella italiana pubblicata da Ares è giunta alla dodicesima
edizione: il successo di pubblico e di lettori che scrivono per
ringraziare o per conoscere di più, fa di Corti il
"Solgenitsin nostrano" benché più dolce,
amichevole e sereno del profeta russo dei gulag.
Alla
sua tenera età (è un ragazzo del '21), Corti sa
leggere i segni del presente e raccogliere le memorie vive del passato;
colpisce il fatto che attorno a lui si raccolgano molti giovani,
studiosi e non, che amano la verità in modo intrepido. Gli
intellettuali francesi hanno intuito qualcosa, con questo loro
importantissimo riconoscimento: "sceneggiatore dell'epica e del
famigliare", l'autore insegna che può "raccontare per
immagini" il segreto del nostro cuore, conservandolo intatto. Sono
ormai migliaia i lettori che hanno pianto e gioito delle vicende dei
protagonisti, di Stefano, Manno, Ambrogio e Michele, della mamm Lusia e
di Alma. Buon soggetto per un indimenticabile film, "Il cavallo rosso"
attende il suo momento. C'è infatti tutto un capitolo da
aprire sul fenomeno "ecumenico" per il quale il romanzo è
stato apprezzato, appena comparso in lingua francese, nientemeno che da
insigni rappresentanti della comunità calvinista di Ginevra.
A suo tempo, avvenne la stessa cosa in Lituania, in Russia, in Polonia
(dove il samidzat fece circolare clandestina una versione di Processo e
morte di Stalin, la tragedia boicottata nel 1962 da un ambiente
teatrale e televisivo sempre più succube dei Brecht e della
RAI).
Infine,
è nelle librerie l'ultima fatica La terra dell'indio (Ares,
1998, lire 32.000), una vicenda ambientata nel Paraguay delle
"reducciones" gesuitiche del Settecento, pronta per competere con il
successo sul grande schermo di Mission.
Insomma,
grandi opere da conoscere di un grande autore da incontrare,
magari leggendo la storia della sua vita nel libro di
Paola Scaglione "I giorni di uno scrittore" (Maurizio
Minchella Editore, 1997). E lasciandosi condurre dalla
corsa grandiosa di un cavallo dal colore di fuoco, che
si lascia dietro ronzini e firme illustri grazie alle
redini d'oro di un'autenticità che i transalpini
hanno definito "subversif". Ma hanno concluso che è
bene "tenerla tra le mani".