Eugenio
Corti, pagine da scoprire
Per
la stragrande maggioranza degli italiani il nome di Eugenio Corti non
dice assolutamente nulla. Un carneade qualsiasi, forse conosciuto
soltanto da pochi omnvori librari, adusi a divorare libri e
pubblicazioni note, meno note e amatoriali.
Ma
chi è veramente Eugenio Corti e che cosa ha scritto? Di lui
si sono accorti, quasi giudicandolo una scoperta, in Francia e nella
Svizzera francofona. Negli ultimi tempi sono apparse sulla stampa
francese e svizzera recensioni sempre più entusiastiche
dell'opera di questo scrittore e, soprattutto, del suo capolavoro che
ha il titolo, abbastanza significativo, de II cavallo rosso. Per la
critica d'oltralpe Corti potrebbe essere annoverato fra i maggiori, se
non il maggiore, tra gli scrittori italiani del secolo ventesimo.
Questo
romanzo è la storia di una famiglia italiana, lombarda per
la precisione, che è transitata per questo secolo vivendone
le tragedie e i profondi mutamenti. È la visione del mondo
moderno attraverso lo sguardo attento e interessato di un cattolico. Un
cattolico che si sofferma a capire gli eventi del secolo ventesimo e
come essi sono vissuti dai protagonisti. Quando la sua prima opera
uscì nei primi anni sessanta una sola voce si
levò a valutarne con obiettività e con entusiasmo
la grande levatura. Fu il critico letterario Mario Apollonio, che
già aveva recensito il dramma scritto dallo stesso Corti
sulla morte di Stalin. Assieme ad Apollonio il solo Benedetto Croce,
sebbene in maniera molto sfumata, si espresse con favore per il grande
romanzo. Se su quel primo lavoro dell'autore brianzolo era calata la
impenetrabile cortina di silenzio della cultura ufficiale, dominata
dalla ideologia marxista in chiave gramsciana, molto più
impenetrabile essa si fece per il grande romanzo II cavallo rosso e per
gli altri libri che lo seguirono. Nel mese di dicembre 1997
è stato pubblicato, sempre per le edizioni Ares, l'ultimo
libro di Corti dal titolo La terra dell'indio.
Quest'ultimo
libro è la versione romanzata, ma non meno affascinante e
veritiera, della fioritura e della successiva distruzione, da parte
delle milizie del marchese di Pombal, delle missioni gesuitiche del
Sudamerica.
Ma
torniamo a Il Cavallo rosso. Esso si dipana sulle vicende di tre
protagonisti, tutti legati alla famiglia Riva. Ambrogio, il designato
alla successione nella conduzione dell'azienda tessile paterna, il
cugino Manno, rimasto orfano di entrambi i genitori ed allevato nella
grande famiglia ed avviato ad un brillante avvenire di architetto, ed
infine l'intellettuale e scrittore in erba Michele Tintori (il
più autobiografico dei tre), che diventerà
compagno di studi alla Cattolica di Milano dei due cugini e
finirà per sposare la sorella di Ambrogio.
I
primi anni e le prime pagine del romanzo ci rivelano un'Italia ancora
contadina da poco uscita dalla guerra fratricida del primo ventennio
del secolo. Timori e speranze, inquietudini ed entusiasmi si
percepiscono nettamente nella descrizione di situazioni e di stati
d'animo dei vari attori del dramma. Ma ecco la grande guerra, preceduta
dai focolai di Spagna e d'Africa. È come un uragano che
s'abbatte con una violenza inaudita sull'intera umanità, ed
in modo particolarmente crudele sulla vecchia Europa. L'eco del grande
evento del socialismo in un solo paese si faceva già sentire
nel periodo anteguerra, ma con lo scoppio del conflitto le vicende
dell'Unione Sovietica diventano il nucleo centrale del dramma. La
descrizione dell'evento bellico, seppur sommaria dal punto di vista
tattico/strategico, è viva e cruda nel suo realismo.
L'antagonismo dei due sistemi che si fronteggiano, dilaniandosi l'un
l'altro e mietendo milioni di vittime, è paragonabile alla
descrizione fatta da Vassilj Grossman in Vita e Destino. In entrambe
queste opere lo scontro tra le due ideologie, nazismo e comunismo,
è visto come una lotta fra sistemi che nascono dalla stessa
matrice ateo/razionalista della sinistra hegeliana.
Due
mostri nati dalla stessa malattia della ragione umana. In Vita e
Destino di Grossman la rivelazione di questa identità
è nel colloquio dell'aguzzino nazista e del suo prigioniero
commissario politico sovietico. Ne Il Cavallo Rosso è nel
colloquio avvenuto nello scantinato del carcere nazista di Milano fra
il collaboratore e repubblichino Praga e il capo partigiano di fede
comunista. Nel colloquio scontro di questi quattro personaggi
è la constatazione consapevole della identità di
fondo dei due sistemi in lotta fra loro. Ma questa constatazione non
conduce alla crisi e al ravvedimento. Come nel dramma il Giuda
Iscariota finisce nell'autodistruzione e nel desiderio di dissoluzione
tipicamente nichilistico. Le vicende di Russia sono impressionanti per
la crudezza degli eventi descritti e per il loro spietato realismo.
Il
sacrificio degli alpini è visto come l'epopea di una non
piccola frangia di uomini impegnati nella immensa lotta. Ciò
che li caratterizza è la loro umanità, la loro
voglia di vivere, la loro speranza, la loro solidarietà.
Verso i compagni ma anche verso i nemici, nemmeno quando li si
fronteggia con la forza della disperazione. La loro grandezza e il loro
eroismo derivano dalla loro semplicità, dall'abitudine al
sacrificio cristianamente accettato e condiviso con i propri simili.
Nello sterminato gelo russo resiste soltanto chi è animato
da una fede che travalica i mezzi. Fede in Dio prima che in
sé stessi. Gli alpini riuscirono a vincere, unici in terra
di Russia, non perché alpini, ma perché furono i
veri soldati cristiani in quell'immenso macello: un sentire collettivo
che nasceva dall'intimo delle loro coscienze, così radicato
e così profondo da travolgere ogni altro ideale o
motivazione, li animò di un coraggio e di una abnegazione
straordinaria. Attorno a loro migliaia di uomini sfiduciati e
rassegnati, ripresero coraggio e speranza. Gli alpini furono la loro
salvezza.
Come
loro, circa diciotto secoli prima, s'erano comportati interi nuclei di
legionari romani neofiti del Cristianesimo, le cui memorie ci sono
tramandate dal martirologio e dalle leggende. L'avventura degli alpini
in terra di Russia potrebbe avere un che di profetico. Nel crollo delle
ideologie e delle filosofie e in quello futuro delle tecniche di
manipolazione dei diritti fondamentali della persona umana, potrebbe
toccare ai cattolici trovare il coraggio dalla propria fede e guidare
l'umanità verso la salvezza e il riscatto.
Una
vicenda a sé è quella di Manno, che dall'Africa
ritorna awenturosamente in Italia, sbarcando in Sicilia dopo un viaggio
pieno di tensioni e paura di essere intercettati dagli aerei. Aerei che
erano tutti nemici, sia che appartenessero all'Asse che agli alleati.
Dalla Sicilia risalire la penisola per salvare l'onore dell'Italia e
per evitare alla Patria un trattamento ancora peggiore di quello che
subì.
Furono
Gli ultimi soldati del Re (questo è il titolo del suo
terzultimo libro) a far rientrare l'Italia nel novero delle nazioni da
non trattare spietatamente ed unicamente come soccombenti nel
conflitto. Cosa che fecero anche i partigiani, ma essi svolsero un
ruolo infinitamente minore e comunque di sostegno all'azione delle
truppe regolari inquadrate nelle Forze Alleate. Manno alla fine si
sacrificherà, quasi alle porte di Bologna, vero eroe
cavalleresco e generoso.
Ambrogio
e Michele torneranno dalla Russia e vedranno lo sfacelo di una nazione.
Sfacelo materiale e morale. Assisteranno al cambiamento radicale dei
costumi e al trionfo di ideologie alienanti. Assisteranno,
opponendovisi con tutte le forze, al trionfo del razionalismo e
dell'edonismo di massa. È 1'Italia del 68, del referendum
sul divorzio, della legge sull'aborto. E' il tramonto definitivo di
un'Italia contadina e semplice, nei costumi e nelle aspettative della
gente. Si fa strada inarrestabile una moda di vivere superficiale,
chiassosa, insensibile ai valori del passato, anzi di ogni passato.
La
droga, la degenerazione dei costumi sono più evidenti che
mai nei giovani. Le grandi famiglie patriarcali si lacerano e le prime
incrinature coniugali si avvertono anche nelle famiglie dei
protagonisti. I quali si guardano attoniti intorno e si chiedono
sgomenti quale significato possa avere questo stravolgimento di costumi
che è più violento della guerra che si sono
lasciata alle spalle. Perché se la guerra offendeva
soprattutto i corpi, ben poco potendo sulle coscienze o quanto meno non
ne ribaltava il sentire, questa rivoluzione di costumi minava alle
radici tutta la storia di un popolo e lo trasformava completamente. Chi
riconoscerebbe in un italiano d'oggi un discendente dell'italietta
spartana e semplice dell'anteguerra? I giovani d'oggi non si rendono
conto dell'enorme cambiamento sopravvenuto in pochi decenni. Certe
abitudini e certi costumi sono per loro incomprensibili. Eppure erano
la nostra vita appena cinque decenni or sono. Questo romanzo
può costituire per essi un impareggiabile strumento di
conoscenza e di comprensione, del mondo dei loro padri e dei loro
nonni.
Ed
ora una spiegazione sul titolo. II cavallo rosso è il
simbolo di uno dei quattro angeli dell'Apocalisse. Questo cavallo ha
percorso al galoppo sfrenato un mondo in ebollizione. L'angelo che lo
cavalca spazza l'intero pianeta seminando […]. Esso
è il simbolo del nostro secolo di lutti e rovine a
dimensione planetaria. Una meditazione sofferta su questo rivolgimento
mondiale dei costumi è rappresentata dal suo saggio Il fumo
nel tempio, che assume il titolo da una riflessione di Paolo VI sulla
crisi della cultura cattolica. L'ultimo romanzo La terra dell'indio
è ancora fresco di stampa. Con maggiore precisione e vivezza
del film Mission rievoca la straordinaria avventura dei gesuiti in
Sudamerica.
Eugenio
Corti era stato invitato a Belluno dal Circolo Culturale
Stampa Bellunese lo scorso anno. Sarebbe venuto ben volentieri,
anche per rivedere la vallata agordina ove operò
militarmente nell'ultimo conflitto. Nato nel 1921, aveva
subito un duro colpo alla sua salute. Ha potuto ora inserire
Belluno tra i suoi appuntamenti e incontrerà la
cittadinanza bellunese il 22 ottobre per offirire con
la sua diretta parola qualche nuovo spunto e qualche nuova
idea.