Lo sbandamento dei giovani cristiani
Un
articolo di padre Enrico Bartolucci apparso nell'ultimo
numero (gennaio 1970) della rivista comboniana Nigrizia,
ha richiamata la mia attenzione su un libro di argomento
missionario, recentemente pubblicato da una casa editrice
cattolica. Mi sono procurato il libro, che ha per titolo
La lezione dell'Uganda. Come padre Bartolucci scrive,
i missionari vi sono accusati di essere stati (e per quanto
possibile di essere tuttora) schiavisti, razzisti, colonialisti,
amici degli sfruttatori, ed altro ancora. Non vado oltre
per evitare al lettore l'irritazione che ho sperimentato
io. Alla fine s'impone la domanda: perché gli autori,
che si professano cristiani, e si definiscono “un
gruppo di giovani universitari, o da poco usciti dall'università”
(p. 9) hanno scritto simili cose?
Appunto
a questa domanda vorrei cercare di rispondere, non sembrandomi
giusto che i missionari siano lasciati soli a difendersi,
e a difenderci, da imputazioni infamanti che investono
tutta la Chiesa.
A
me sembra che quei giovani autori - sebbene in buona fede
si reputino cristiani, e anzi finalmente, dopo duemila
anni, veri portatori di Cristo al mondo in realtà
si sono nel loro intimo lasciati permeare da una cultura
anticristiana ben individuabile: quella che risale all'illuminismo,
nella sua attuale versione marxista. Dal marxismo essi
hanno preso oltre ai concetti anche la terminologia: perciò
nel loro libro non parlano mai di peccato originale, e
invece continuamente di “alienazione” e di “contraddizione”;
e se per caso gli esce dalla penna il termine “peccato”,
si affrettano (come a p. 14) a stabilirne l'equivalenza
con lo “sfruttamento” e col “capitalismo”.
Della missione in particolare essi hanno un’idea
non già evangelica (“euntes docete”),
ma classista: cioè della base (in conclusione il
proletariato, il vero Messia) che insegna tutto a tutti.
Lo si veda a p. 9: in sostanza le popolazioni dovrebbero
insegnare all'apostolo, il gregge guidare il pastore.
Potremmo fare anche altre citazioni analoghe.
Quanto
al comportamento pratico di quei giovani, lo stesso padre
Bartolucci - che li ha potuti osservare in Africa - ce
lo descrive mentre svolgevano la loro indagine: “Nell'estate
1967 dieci studenti e un sacerdote del gruppo vennero
in Uganda e visitarono per un mese le missioni comboniane
del nord, discutendone i problemi tra di loro e, qualche
rara volta, anche con i missionari”. Difficilmente
si potrebbe tracciare in modo più appropriato un
bozzetto di comportamento marxista... Con la conclusione:
“È evidente che i giovani autori avevano già
imbastita la 'lezione' che volevano ammannirci prima ancora
di andare in Uganda. In Uganda ci sono andati per comprovare
le tesi già stabilite a tavolino nelle assemblee
giovanili”.
E,
puntuale, il comportamento dei teorici marxisti grandi
e piccoli: chi conosca anche solo superficialmente le
vicende russe dell'ultimo cinquantennio, sa che tale atteggiamento
non cambia neppure quando quei teorici vedono le loro
teorie clamorosamente smentite dalla realtà: se
la storia non si adegua alla dottrina, essi non pensano
affatto che si dovrebbe correggere la dottrina: correggono
la storia, o quanto meno i libri di storia, inzuppandoli
di menzogne. L'hanno fatto parecchie volte. (A guardar
bene anche gli autori de La lezione dell'Uganda hanno
fatto qualche 'correzione' simile: che altro sono in fondo
quelli che il p. Bartolucci chiama con indulgenza 'errori',
come la dichiarazione, a p. 120, che il salario dei lavoratori
ugandesi è di tre sterline l'anno, mentre in realtà
chi lavora ad esempio per il governo percepisce sei sterline
il mese? O la dichiarazione, più volte ripetuta,
che gli inglesi si appropriarono delle terre migliori,
quando in realtà, essendo l'Uganda un protettorato,
gli inglesi per legge non poterono possedervi terre? E
la falsa affermazione dell'imposizione agli ugandesi di
una monocultura agricola? Così dicasi per diverse
altre disinvolte 'correzioni della realtà presenti
nel libro).
Noi
riteniamo di poterci spiegare perché quei giovani
autori siano arrivati a mescolare il marxismo col cristianesimo.
Una delle più gravi mancanze di noi cattolici,
negli ultimi anni, non è stata forse l'abbandono
dell'impegno culturale? Certe nostre pazzesche smobilitazioni,
cui si accompagna il crescente disinteresse dei mass media
cattolici verso i pochi fra noi che continuano, sempre
più solitari, a lottare contro le culture anticristiane,
si tratti di illuminismo vecchio stampo o di marxismo.
In seguito a ciò nel campo della cultura - come
anche, a livello più terra terra, dell'informazione
- i giovani non sentono ormai quasi altro che discorsi
non cristiani. Inoltre, specialmente i più giovani,
finiscono con l'ignorare il fallimento - indubbio e pieno
- del marxismo (nonostante l'attuale potenza militare
di Russia e Cina) là dove sì è tentato
di realizzarlo.
Per
questi ragazzi le loro marxistiche scoperte costituiscono
qualcosa di nuovo e vitale, e quindi d'esaltante. Esaltante
al punto che gli pare implicito debbano riuscire tali
anche per i missionari che le udranno da loro, anche se
si rendono conto (come scrivono a p. 13) che “un
gran numero di missionari si sentiranno oggetto di violenza
e dovranno... vedere come la loro opera è stata
troppo spesso e per troppi lati non distinguibile dall'azione
di regimi sfruttatori e schiavizzanti”. Da questo
libretto dunque dovrebbe venire illuminazione a “un
gran numero di missionari”. Gli autori non sospettano
che l'analisi illuminante cui sono arrivati è vecchia
e risaputissima, in quanto deriva dall'analisi leninista
dell'imperialismo, risalente all'ultimo periodo di Lenin,
quando ormai il vecchio, spietato ideologo aveva cominciato
a dar di testa nel fallimento delle teorie sue e di Marx.
Appunto perché non aggiornati, questi ragazzi insistono
ancora tanto sul termine “contraddizione”, ignorando
che quel termine, molto in auge agli inizi, è poi
fortemente scaduto nella terminologia marxista da quando
Crusciov ha constatato che nelle società socialiste
le “contraddizioni” non scompaiono affatto.
(Stalin aveva anzi implicitamente riconosciuto che esse
si incrementano, allorché aveva formulata la sua
famosa teoria: “Quanto più ci si avvicina
alla costruzione del comunismo, tanto più la resistenza
dei nemici interni alle società socialiste aumenta”:
che è in fondo una delle tante confutazioni del
marxismo da parte della realtà).
Noi
non possiamo soffermarci qui, se non brevissimamente,
sull'incompatibilità tra cristianesimo e marxismo-comunismo.
Per quest'ultimo l'uomo - che è solo materia, e
non ha altro Dio all'infuori di sé - si riscatta
instaurando determinati rapporti sociali nella produzione
dei beni materiali, nonché esercitando una determinata
meccanica di violenza sulle classi sociali corrotte dai
precedenti rapporti di produzione sbagliati. Ovviamente
tale visione respinge il peccato originale e la conseguente
corruzione della natura umana. (In realtà, per
chi sappia vedere, proprio l'esperienza comunista ha portato
nel nostro tempo a una grande riscoperta storica del peccato
originale: a causa infatti della natura dell'uomo che
si è mantenuta corrotta nonostante tutti gli adempimenti
prescritti dalla dottrina, nelle società socialiste
non s'è verificata una sola delle condizioni che
dovrebbero caratterizzarle. Per la persistente criminalità
non vi si è potuta abolire la polizia, né,
per la persistente brama di potere, la burocrazia, né
a causa del persistente egoismo individuale, si è
avuta la parificazione degli stipendi, né, per
l'egoismo nazionale, l'abolizione degli eserciti, neppure
nei rapporti tra gli stati socialisti.)
Respingendo,
come s'è detto, il peccato originale, i marxisti-comunisti
fanno risalire alle 'classi sfruttatrici', la responsabilità
della miseria, dell'ignoranza, della corruzione e quasi
di ogni male umano: per questo fomentano e scatenano metodicamente
contro quelle classi il loro odio messianico, che tanti
milioni di morti ha già prodotto: “l'odio,
il nobile odio proletario, il principio d'ogni saggezza”
(Lenin). È chiaro che non può esserci composizione
tra il cristianesimo, che è amore, e tale odio.
L'incompatibilità
tra cristianesimo e marxismo appare del resto anche nel
comportamento dei nostri giovani autori, i quali dopo
aver dichiarato cristianamente (p. 146): “il rapporto
che intercorre tra i convocati alla comunione è
la carità, in questo senso la missione rappresenta
lo spazio creato dalla carità”, come pronta
dimostrazione di carità rivolgono ai missionari
le accuse infamanti che abbiamo elencato.
Mi
si potrebbe a questo punto chiedere se anch'io non stia
peccando di poca carità verso quei giovani. Francamente
non ho tale preoccupazione. Oltre tutto se anche qualcuno
di loro leggesse queste righe, non verrebbe neppure sfiorato
dalle loro argomentazioni. È infatti comportamento
automatico dei marxisti un vero riflesso condizionato
incasellare nel proprio cervello, in una delle tante disponibili
categorie di “reazionari”, chiunque confuti
la loro dottrina. Trasformato così l'interlocutore
in una etichetta, non ne possono più prendere in
considerazione gli argomenti: cosa potrebbe dire di sensato
un'etichetta?
Resterà
da vedere fino a che punto questa confusione di cristianesimo
e marxismo prenderà piede fra noi, che incidenza
essa assumerà. E con che danno per la Chiesa...
Che un tale fenomeno abbia luogo dopo il pieno fallimento
sul piano storico del comunismo, dalla Chiesa fino a ieri
coraggiosamente e con tanti sacrifici combattuto, è
paradossale fino alla strazio: e tuttavia oggi siamo a
questo...
Vorrei porre da ultimo una domanda d'ordine pratico ai
missionari: se ritengano un bene per le Chiese africane
accogliere in visita simili contestatori, i quali si adoperano
a riempire anche in Africa la testa della gente coi loro
errori d'accatto. A me non sembra che a quelle giovani
Chiese giovi discutere e disquisire con questi sedicenti
illuminatori, mentre i pastori più solerti delle
Chiese stesse si dimostrano molto preoccupati per ciò
che sta accadendo in Europa. Ho qui davanti le parole
del vescovo africano mons. Yungu di Tshumbé nel
Congo (su Mondo e Missione - gennaio 1970, p. 13): “Dalle
informazioni che ci giungono in Africa, abbiamo l'impressione
che l'Europa stia distruggendo quanto ha sempre venerato,
per venerare quanto ha distrutto... La logica vorrebbe
che anche noi ci impegnassimo nella contestazione, ma
ben più radicale. Si tratterebbe infatti di mettere
in discussione la nostra appartenenza a quella Chiesa
propostaci dall'Europa, e nella quale l'Europa stessa
comincia a non credere più...”. Conclude:
“Solo vorremmo che qualcuno pensasse all'angoscia
e alla sofferenza che questo stato di cose causa a molti
cristiani del Terzo Mondo”.
Per
quanto concerne noi laici (lasciando ai pastori i loro
compiti) a me sembra veramente tempo che si esca dall'inerzia
in cui troppi di noi sono entrati da alcuni anni, e ci
si impegni di nuovo tutti insieme in un energico e serio
lavoro culturale. Non vedo altro modo per mettere fine
allo sfascio in corso.