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Data: 18 giugno 2005
Autore: Laura Cotta Ramosino
Fonte: Il Domenicale

Voleva Cartagine morta nel nome dei padri

Curiosa scelta quella di Eugenio Corti, pluripremiato autore dell'epopea de Il cavallo rosso (Edizioni Ares, Milano 1983), di concentrare la sua ultima fatica letteraria, un romanzo per immagini come lui stesso lo definisce, su una figura oggigiorno così poco alla moda come Catone il Vecchio (o l'Antico, come lo chiamavano le vecchie antologie e lo stesso Corti, e la scelta, naturalmente, non è casuale).

Eppure tra Corti scrittore e Catone si percepisce un'immediata affinità, come se un misterioso legame unisse la saggezza contadina del cristiano brianzolo con la prudentia e la severitas sabina dell'antico pagano. Catone è un personaggio scomodo da trattare, per più di un motivo. Se la sua visione severa e profondamente etica della politica potrebbe a prima vista affascinare chi predica l'impegno morale dell'uomo pubblico, non dovremmo dimenticare che il suo ideale politico basato sul mos maiorum aveva come cardine una concezione di carattere religioso, e cioè che stesse nella superiorità religiosa (prima che morale) dei Romani la radice delle loro vittorie. Moribus antiquis res stat Romana virisque, così esprimeva un concetto analogo il poeta Ennio, che, per altro, politicamente stava da un altro lato rispetto a Catone (era un protetto degli Scipioni, cui il Censore si era spesso opposto).
L'opposizione di Catone a prassi più disincantate e ciniche di politica estera (come quelle utilizzate da Q. Marcio Filippo alla vigilia della guerra contro Perseo di Macedonia) non era dettata certo da una qualche forma di politically correctness o da una valutazione squisitamente "etica", quanto dal timore che questi atteggiamenti, del tutto contrari al mos tradizionale, intaccassero la pax deorum su cui, era fermamente convinto, si basava il benessere di Roma.

Le guerre annibaliche
II periodo storico coperto dalla "quasi-biografia" di Corti (che segue il suo Catone dalla vigilia della battaglia di Canne, nel 216, fino alla morte, nel 149 a.C.) si sovrappone quasi perfettamente ai famosi 53 anni (220-168) che secondo lo storico greco Polibio avevano segnato la trasformazione di Roma da piccola potenza italica a signora dell'ekoumene, del mondo conosciuto. Un periodo che inizia con la guerra annibalica e termina con la sconfitta di Perseo di Macedonia e, quindi, con l'entrata della Grecia sotto l'influenza romana. Polibio, tra l'altro, era uno degli ostaggi condotti a Roma all'indomani della vittoria ed ebbe la possibilità di osservare da vicino i nuovi "padroni del mondo". Naturalmente era però anche un greco, seppur ammiratore di Roma, e con egocentrismo tipicamente ellenico scelse il 168 come anno di svolta definitiva nella storia dell'Urbe: anche nella sconfitta la Grecia rimane il fattore-cardine delle grandi trasformazioni storiche.

Uno come Catone, che passò i cinquant'anni successivi alla vittoria di Zama contro Annibale a ripetere che Cartagine andava distrutta dalle fondamenta (il famoso delenda Carthago di scolastica memoria), non sarebbe forse stato così convinto dell'importanza della sconfitta dei graeculi nell'evoluzione storica di Roma. Cartagine, anche ridimensionata dopo la sconfitta di Annibale, costituiva un pericolo ben più grave. E non solo dal punto di vista militare, quanto piuttosto da quello economico. Secondo alcuni studiosi, infatti, il famoso cesto di fichi cartaginesi che Catone portò in Senato (dicendo che erano stati colti tre giorni prima) non serviva tanto a dimostrare la vicinanza dell'antica nemica, quanto a sottolineare la pericolosa concorrenza della produzione agricola africana, dai sistemi più evoluti (leggi sfruttamento massiccio della manodopera servile) e più produttivi di quella tradizionale romana. Come a dire che la Terza guerra punica (quella che finì con Scipione Emiliano piangente sulle rovine di Cartagine e in fosche meditazioni sul futuro di Roma stessa), si potrebbe interpretare come una guerra di protezionismo economico ancor più che di difesa militare. Visione un po' estremista e forse anche parziale perchè, come Corti intuisce bene, la contrapposizione, fosse con Cartagine o con i Greci, era prima di tutto "di valori" e le battaglie di civiltà sono battaglie culturali (un altro punto su cui sarebbe andato a braccetto con Corti).

Temeva i Greci e i loro doni
Purché i Greci, per l'appunto, se ne fossero stati a casa loro... Nonostante le polemiche sull'imperialismo romano, infatti, per quelli del partito di Catone conquistare la Grecia non era decisamente una priorità, anzi; e del resto era stato per primo Filippo di Macedonia a "impicciarsi" delle faccende romane alleandosi con Annibale. Dal punto di vista di Catone, meno Roma si mescolava con gli affari dei Greci e più a lungo si sarebbe mantenuta la sua identità. È per questo che Catone, paradossalmente, aveva potuto essere d'accordo con un gesto plateale come la restituzione della libertà alla Grecia del filellenico console Flaminino nel 196 a Corinto. Mentre per una buona parte della classe dirigente romana dell'epoca l'incontro con la cultura greca era stato all'insegna dell'euforia, Catone aveva cominciato presto a intuirne i pericoli e aveva iniziato una battaglia culturale, ancor prima che politica, contro il novum che portava al degrado del costume tradizionale, al sovvertimento dei rapporti famigliari e delle prassi politiche.

Corti ricorda con grande realismo molte delle azioni "repressive" di Catone in Senato contro il lusso e la degenerazione dei costumi (anche quella, per noi piuttosto incomprensibile, di multare un senatore per aver baciato la propria moglie davanti alla figlia, ma bisogna tener conto della diversa "formalità" che i rapporti familiari avevano nell'antichità) e anche la decisione di cui fu promotore dell'espulsione nel 155 dei tre filosofi giunti come ambasciatori da parte di Atene. Se il motto dell'oratoria di Catone era rem tene verba sequentur (padroneggia i fatti, le parole seguiranno), non ci poteva essere nulla di così contrario a essa che l'abilità celebrata di Cameade ai saper dimostrare a giorni alterni una tesi e il suo esatto contrario. Lo scopo della visita dei tre filosofi a Roma era politico, ma certo i discorsi che i tre tenevano nei luoghi pubblici erano anche una sorta di pubblicità semi-occulta delle rispettive "scuole". E di fatto non passerà molto tempo prima che i giovani romani inizino a trovare indispensabile (lo fecero anche Cicerone, Bruto, Orazio) per la loro formazione politico-culturale, un soggiorno in Grecia, un po' come il Grand Tour in Italia dei giovani inglesi del XIX secolo. Catone, invece, a suo tempo, aveva cercato di compilare, con i libri dedicati al figlio, una sorta di programma culturale alternativo che ovviamente non prescindeva (e come avrebbe potuto?) dalla cultura greca, ma la limitava e la inquadrava in una struttura che fosse anche profondamente "romana".

C'è un ultimo aspetto della società romana che Corti sottolinea più volte perché evidentemente colpisce la sua identità cristiana, ed è la schiavitù. Elemento assolutamente "ordinario" nelle società antiche, la schiavitù romana (almeno nell'epoca precedente alle grandi conquiste) era tuttavia un fenomeno limitato. E se Catone, in modo che a noi può apparire cinico, definisce gli schiavi instrumenta domestici che si muovono e parlano (così come gli animali sono instrumenta che si muovono ma non parlano), è pur vero che i Romani, con gran scandalo dei Greci, usavano liberare i propri schiavi e farne automaticamente dei cittadini (il che significa che, trascorse alcune generazioni, i loro discendenti potevano accedere alle cariche pubbliche) e che le rivolte di grandi masse di schiavi sono di epoca successiva e il risultato di un'evoluzione che lo stesso Catone aveva lungamente combattuto.

 

 

Eugenio Corti