Voleva
Cartagine morta nel nome dei padri
Curiosa
scelta quella di Eugenio Corti, pluripremiato autore dell'epopea de Il
cavallo rosso (Edizioni Ares, Milano 1983), di concentrare la sua
ultima fatica letteraria, un romanzo per immagini come lui stesso lo
definisce, su una figura oggigiorno così poco alla moda come
Catone il Vecchio (o l'Antico, come lo chiamavano le vecchie antologie
e lo stesso Corti, e la scelta, naturalmente, non è casuale).
Eppure
tra Corti scrittore e Catone si percepisce un'immediata
affinità, come se un misterioso legame unisse la saggezza
contadina del cristiano brianzolo con la prudentia e la severitas
sabina dell'antico pagano. Catone è un personaggio scomodo
da trattare, per più di un motivo. Se la sua visione severa
e profondamente etica della politica potrebbe a prima vista affascinare
chi predica l'impegno morale dell'uomo pubblico, non dovremmo
dimenticare che il suo ideale politico basato sul mos maiorum aveva
come cardine una concezione di carattere religioso, e cioè
che stesse nella superiorità religiosa (prima che morale)
dei Romani la radice delle loro vittorie. Moribus antiquis res stat
Romana virisque, così esprimeva un concetto analogo il poeta
Ennio, che, per altro, politicamente stava da un altro lato rispetto a
Catone (era un protetto degli Scipioni, cui il Censore si era spesso
opposto).
L'opposizione di Catone a prassi più disincantate e ciniche
di politica estera (come quelle utilizzate da Q. Marcio Filippo alla
vigilia della guerra contro Perseo di Macedonia) non era dettata certo
da una qualche forma di politically correctness o da una valutazione
squisitamente "etica", quanto dal timore che questi atteggiamenti, del
tutto contrari al mos tradizionale, intaccassero la pax deorum su cui,
era fermamente convinto, si basava il benessere di Roma.
Le
guerre annibaliche
II periodo storico coperto dalla "quasi-biografia" di Corti (che segue
il suo Catone dalla vigilia della battaglia di Canne, nel 216, fino
alla morte, nel 149 a.C.) si sovrappone quasi perfettamente ai famosi
53 anni (220-168) che secondo lo storico greco Polibio avevano segnato
la trasformazione di Roma da piccola potenza italica a signora
dell'ekoumene, del mondo conosciuto. Un periodo che inizia con la
guerra annibalica e termina con la sconfitta di Perseo di Macedonia e,
quindi, con l'entrata della Grecia sotto l'influenza romana. Polibio,
tra l'altro, era uno degli ostaggi condotti a Roma all'indomani della
vittoria ed ebbe la possibilità di osservare da vicino i
nuovi "padroni del mondo". Naturalmente era però anche un
greco, seppur ammiratore di Roma, e con egocentrismo tipicamente
ellenico scelse il 168 come anno di svolta definitiva nella storia
dell'Urbe: anche nella sconfitta la Grecia rimane il fattore-cardine
delle grandi trasformazioni storiche.
Uno
come Catone, che passò i cinquant'anni successivi alla
vittoria di Zama contro Annibale a ripetere che Cartagine andava
distrutta dalle fondamenta (il famoso delenda Carthago di scolastica
memoria), non sarebbe forse stato così convinto
dell'importanza della sconfitta dei graeculi nell'evoluzione storica di
Roma. Cartagine, anche ridimensionata dopo la sconfitta di Annibale,
costituiva un pericolo ben più grave. E non solo dal punto
di vista militare, quanto piuttosto da quello economico. Secondo alcuni
studiosi, infatti, il famoso cesto di fichi cartaginesi che Catone
portò in Senato (dicendo che erano stati colti tre giorni
prima) non serviva tanto a dimostrare la vicinanza dell'antica nemica,
quanto a sottolineare la pericolosa concorrenza della produzione
agricola africana, dai sistemi più evoluti (leggi
sfruttamento massiccio della manodopera servile) e più
produttivi di quella tradizionale romana. Come a dire che la Terza
guerra punica (quella che finì con Scipione Emiliano
piangente sulle rovine di Cartagine e in fosche meditazioni sul futuro
di Roma stessa), si potrebbe interpretare come una guerra di
protezionismo economico ancor più che di difesa militare.
Visione un po' estremista e forse anche parziale perchè,
come Corti intuisce bene, la contrapposizione, fosse con Cartagine o
con i Greci, era prima di tutto "di valori" e le battaglie di
civiltà sono battaglie culturali (un altro punto su cui
sarebbe andato a braccetto con Corti).
Temeva
i Greci e i loro doni
Purché i Greci, per l'appunto, se ne fossero stati a casa
loro... Nonostante le polemiche sull'imperialismo romano, infatti, per
quelli del partito di Catone conquistare la Grecia non era decisamente
una priorità, anzi; e del resto era stato per primo Filippo
di Macedonia a "impicciarsi" delle faccende romane alleandosi con
Annibale. Dal punto di vista di Catone, meno Roma si mescolava con gli
affari dei Greci e più a lungo si sarebbe mantenuta la sua
identità. È per questo che Catone,
paradossalmente, aveva potuto essere d'accordo con un gesto plateale
come la restituzione della libertà alla Grecia del
filellenico console Flaminino nel 196 a Corinto. Mentre per una buona
parte della classe dirigente romana dell'epoca l'incontro con la
cultura greca era stato all'insegna dell'euforia, Catone aveva
cominciato presto a intuirne i pericoli e aveva iniziato una battaglia
culturale, ancor prima che politica, contro il novum che portava al
degrado del costume tradizionale, al sovvertimento dei rapporti
famigliari e delle prassi politiche.
Corti
ricorda con grande realismo molte delle azioni "repressive" di Catone
in Senato contro il lusso e la degenerazione dei costumi (anche quella,
per noi piuttosto incomprensibile, di multare un senatore per aver
baciato la propria moglie davanti alla figlia, ma bisogna tener conto
della diversa "formalità" che i rapporti familiari avevano
nell'antichità) e anche la decisione di cui fu promotore
dell'espulsione nel 155 dei tre filosofi giunti come ambasciatori da
parte di Atene. Se il motto dell'oratoria di Catone era rem tene verba
sequentur (padroneggia i fatti, le parole seguiranno), non ci poteva
essere nulla di così contrario a essa che
l'abilità celebrata di Cameade ai saper dimostrare a giorni
alterni una tesi e il suo esatto contrario. Lo scopo della visita dei
tre filosofi a Roma era politico, ma certo i discorsi che i tre
tenevano nei luoghi pubblici erano anche una sorta di
pubblicità semi-occulta delle rispettive "scuole". E di
fatto non passerà molto tempo prima che i giovani romani
inizino a trovare indispensabile (lo fecero anche Cicerone, Bruto,
Orazio) per la loro formazione politico-culturale, un soggiorno in
Grecia, un po' come il Grand Tour in Italia dei giovani inglesi del XIX
secolo. Catone, invece, a suo tempo, aveva cercato di compilare, con i
libri dedicati al figlio, una sorta di programma culturale alternativo
che ovviamente non prescindeva (e come avrebbe potuto?) dalla cultura
greca, ma la limitava e la inquadrava in una struttura che fosse anche
profondamente "romana".
C'è
un ultimo aspetto della società romana che Corti sottolinea
più volte perché evidentemente colpisce la sua
identità cristiana, ed è la schiavitù.
Elemento assolutamente "ordinario" nelle società antiche, la
schiavitù romana (almeno nell'epoca precedente alle grandi
conquiste) era tuttavia un fenomeno limitato. E se Catone, in modo che
a noi può apparire cinico, definisce gli schiavi instrumenta
domestici che si muovono e parlano (così come gli animali
sono instrumenta che si muovono ma non parlano), è pur vero
che i Romani, con gran scandalo dei Greci, usavano liberare i propri
schiavi e farne automaticamente dei cittadini (il che significa che,
trascorse alcune generazioni, i loro discendenti potevano accedere alle
cariche pubbliche) e che le rivolte di grandi masse di schiavi sono di
epoca successiva e il risultato di un'evoluzione che lo stesso Catone
aveva lungamente combattuto.