I più non ritornano
"Pregate
che ciò non avvenga d'inverno"
dal Vangelo della fine del mondo - Marco XIII, 18
"I
più non ritornano" (di cui riportiamo la copertina anche
dell'edizione americana, Few Returned, pubblicato da University of
Missouri Press), scritto nel 1947 e originariamente pubblicato da
Garzanti (8 edizioni dal 1947 al 1973; attualmente disponibile presso
l'Editore Mursia), è la prima opera narrativa di Eugenio
Corti.
Alla sua uscita nelle librerie questo diario ottiene un successo
enorme, che pure non basta a garantire a Corti un rapporto duraturo con
la casa editrice: dopo la pubblicazione del suo secondo libro ("I
poveri cristi"), la Garzanti comunica allo scrittore che non
è disponibile a pubblicare altre sue opere, senza ulteriori
spiegazioni; evidentemente, la paura di essere messa all'indice dalla
cultura dominante anti cattolica è di molto più
forte del legittimo interesse economico, che suggerirebbe senza dubbio
di utilizzare il più possibile un giovane autore
così promettente e già così amato.
Opera
narrativa, dicevamo, ma assolutamente realistica, al punto che Corti si
dice disposto a giurare sull'esattezza di tutto quanto ha scritto nel
volume: volontariamente ha eliminato infatti ogni episodio di cui non
conservasse ricordo più che certo. E' uno dei diari della
ritirata di Russia più forti, sconvolgenti e coinvolgenti:
racconta gli avvenimenti vissuti da Corti e dai soldati italiani nei 28
giorni che vanno dal pomeriggio del 19 dicembre 1942 alla sera del 17
gennaio 1943, con lo sfondamento del fronte italiano ad opera delle
divisioni russe, e la conseguente distruzione del XXXV Corpo d'Armata.
Ricordiamo
per inciso che anche Benedetto Croce scrisse un commento estremamente
positivo di quest'opera.
Dalla
quarta di copertina dell'edizione Mursia:
Considerato
"una delle testimonianze più belle e più
straordinarie uscite dalla ritirata di Russia" (Giulio Nascimbeni),
perché ne rende la drammatica realtà con nuda
intensità narrativa, questo diario descrive ciò
che accadde in poche settimane dell'inverno 1942-43 durante
l'accerchiamento di due divisioni italiane su quel fronte. Il
trascorrere del tempo nulla ha tolto alla forza di questa
testimonianza, anzi la ripropone come un documento unico in cui gli
eventi, gli uomini, le cose mantengono intatta - sul filo della memoria
di un giovane ufficiale che li visse in prima persona - la loro spoglia
severità di resoconto tragico quotidiano. Un'opera fuori dal
comune e che non manca di una sua forza consolatoria nonostante le
miserie proprie della guerra che vi sono descritte. Perché,
come scrisse Benedetto Croce, v'é in essa il "non frequente
lampeggiare della bontà e della nobiltà umana".