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La trascrizione completa della serata di Bassano del Grappa

Morra - Cari amici, benvenuti tutti, Autorità, popolo, benvenuti per questa 18° edizione del premio internazionale di cultura cattolica. Giornata particolarmente importante perché compiamo 18 anni, diventiamo maggiorenni e quindi una ragione di più per essere lieti. Un premio internazionale di cultura cattolica si rivolge all'abate di Bassano nelle preghiera di aprire questa cerimonia con una preghiera. (segue recita del Padre Nostro) Morra - La parola al Presidente della Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa.

Meneghetti - Carissimo dottor Eugenio Corti, un saluto particolare a Mons. Bruno Tomba abate di Bassano, al signor sindaco di Bassano, al professor Morra, presidente della giuria che assegna il premio, ai componenti qui presenti, dottor Cavalleri, professor Griegel, Vittorio Messori, dottor Onorato Grassi. Un saluto all'assessore regionale dottor Graziano Faele, in rappresentanza della Regione Veneto; un saluto va anche al generale Carosella, al generale Lugaresi, sottotenente al fronte russo, poi generale di Corpo d'Armata, poi presidente del Sismi; un saluto del tutto sottolineato a mons. Franzoni, qui presente, cappellano militare sul fronte russo e medaglia d'oro al valore. Gentili ospiti ed autorità intervenute, gentile pubblico presente, signore e signori, cari amici, la cerimonia di consegna del premio al merito della cultura cattolica cade quest'anno in un momento speciale, ed assume un significato del tutto particolare per il premiato e, ci sia consentito, per la cultura cattolica.

Mi riferisco in particolare al Grande Giubileo del 2000, ormai prossimo alla conclusione e che ha senza dubbio segnato un passo importante per la grande famiglia della cristianità mondiale. In questo anno di celebrazioni dell'avvenimento giubilare infatti è stato sottolineato, tra i tanti aspetti tipici del Giubileo, in modo molto forte il ruolo rilevante della memoria di molti martiri del secolo appena trascorso. Un secolo caratterizzato da avvenimenti straordinariamente grandi, per i traguardi e le conquiste avute, ma anche da altri avvenimenti che hanno sconvolto il mondo con numerose vittime immolate sugli altari del neopaganesimo del laicismo più spietato e di ideologie generatrici di campi di sterminio, di prigione, di morte. Un secolo che ha visto spesso ampi settori del mondo cattolico in difficoltà nel proporre e testimoniare la fede in quell'unica Verità che è Cristo, luce delle genti e redentore dell'uomo. In alcune correnti del pensiero moderno si è talmente esaltata la libertà da farne un assoluto, una sorgente di valori ingannatrici; di fatto, come dice il Papa, persa l'idea di una verità universale sul bene conoscibile con la ragione umana, è inevitabilmente cambiata anche la concezione delle coscienza, concedendo a questa il privilegio di fissare in modo autonomo i criteri del bene e del male, ed agire di conseguenza. Da questo sono nati tanti errori che hanno segnato spesso in modo tragico il cammino dell'uomo nel secolo appena concluso.

Lo ha compreso bene lo scrittore Eugenio Corti, che premiamo questa sera, quando pone come filo conduttore del suo pensiero l'idea che solo il Vangelo di Cristo insegna che il male sta dentro il cuore dell'uomo e che solo Cristo è la risposta completa alle aspirazioni e alle domande degli uomini. Tutta la vita di Corti è stata una testimonianza di questa verità.

Carissimo dottor Corti, siamo lieti del premio che questa sera le viene dato; siamo grati alla giuria per aver indicato il suo nome; le viene consegnato in questa nostra bellissima città anche a nome di tanti giovani, di tante persone che possono apertamente dire di avere avuto nell'esperienza del Comune dei Giovani, della Dieci e della Scuola di Cultura Cattolica l'opportunità, talvolta unica, di aver sentito parlare di Cristo, di avere avuto la gioia di sentirsi parte della Chiesa. Certamente non siamo né conservatori, né rivoluzionari utopici; l'iniziatore, il fondatore del Comune dei Giovani e delle sue molteplici attività, don Didimo Maniero, esortava sempre a non abbandonare mai il sano realismo della vita quotidiana. E proprio per questo, aveva, nel suo programma di educazione, ai primi posti l'educazione religiosa. Un analogo pensiero che si ritrova nelle opere del premiato di questa sera, di Corti, che scrive: "A cambiare la testa della gente, a determinare i grandi mutamenti di costume non è il potere politico ma quello culturale".

Era la notte di Natale del '42. Si trova scritto in un'opera dedicata alla vita dello scrittore dalla giornalista Paola Scaglione qui presente questa sera. Ed Eugenio Corti, giovanissimo sottotenente dell'Armir, lottava contro il gelo e la morte nella tragica ritirata di Russia. Non immaginava quali insidie gli avrebbe riservato nel futuro la battaglia quotidiana. Eppure, in oltre mezzo secolo, non è venuto meno al compito che si era assunto. "La sola cosa che gli preme - si legge - che si riconosca di lui è che ha preso parte alla battaglia per il Regno di Dio: 'Non dico - confessa - di avere combattuto bene, ma di avere combattuto sì'". Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo combattuto la nostra battaglia, per dare idee, per portare cultura, per fare cultura cattolica, meravigliosamente inserita nel vivere di ogni giorno, sorretta da una strenua resistenza contro ciò che è contrario alla verità. In una parola, abbiamo cercato di testimoniare con le poche nostre opere la gioia di sentirsi appartenere alla compagnia della Chiesa. Lo abbiamo fatto con la consapevolezza che siamo parte di un progetto più grande, che magari non conosciamo, ma con fiducia nel Padre dei cieli; anche per noi la vita è come la concepiva Michele, uno dei personaggi principali del romanzo Il cavallo rosso di Corti; si legge: "Una volta rannicchiato sotto la paglia, prima di addormentarsi, pregò brevemente ma con fervore; a differenza di altri, infatti, egli tendeva a coinvolgere Dio in tutte le cose. Diremo meglio: riteneva che tutta la storia, incluse le vicende minute cui egli stesso e i suoi prossimi partecipavano in piena libertà, fosse storia sacra".

Nel lavoro di ogni giorno di ogni persona che vive la fede, c'è come un riflesso naturale di quello che lo Spirito Santo opera costantemente: sta a noi scegliere, al momento giusto, ciò che conta. Desidero ringraziare, a conclusione del mio saluto, il professor Morra, i membri della giuria, la Compagnia delle Opere che testimonia praticamente un cammino fatto assieme, l'abate di Bassano, e la città di Bassano per l'ospitalità concessa, voi tutti qui presenti, i numerosi amici di Corti (che sono qui davanti) e tutti coloro che nel silenzio lavorano, preparano tutto questo, pregano e ci sostengono. Professor Morra, grazie e a lei il compito di condurre la serata.

Morra - Un ringraziamento a tutte le autorità intervenute, delle quali in modo particolare il sindaco di questa città, cui è intitolato il premio, dovrebbe portarci una parola di saluto.

Bazzotto - Autorità, signor presidente e membri della giuria, signore e signori, a nome della città di Bassano del Grappa porgo il più caloroso benvenuto a tutti voi. Siamo qui stasera per assistere alla cerimonia di consegna del Premio Internazionale Medaglia d'Oro al merito della Cultura Cattolica, giunto alla sua diciottesima edizione. E' questo un premio che anno dopo anno viene assegnato a personalità che nel quotidiano improntano la propria vita sui profondi valori della cristianità; valori che costituiscono le radici stesse della nostra terra, della nostra cultura, della nostra gente. Voglio qui ricordare come proprio in questo anno giubilare, i valori cristiani ci sono stati di guida e propulsione per una serie di iniziative culminate nella collocazione della statua della Madonna di Fatima sul monte Caina. E per riaffermare ancora una volta la validità e l'importanza del messaggio cristiano renderemo omaggio ad uno scrittore, Eugenio Corti, che da sempre di questo messaggio è autorevole ambasciatore. Anche per l'edizione duemila del premio, così come per le precedenti, il lavoro della giuria è stato attento e meticoloso, e non poteva non concludersi con l'assegnazione ad una personalità che con le sue opere rifulge nel panorama della letteratura italiana contemporanea.

Tutti i suoi scritti sono testimonianza del modus vivendi e del modus operandi dell'uomo Eugenio Corti. Una vita impostata sulla fede profonda, sull'onestà intellettuale, scevra da ogni preconcetto, una limpida visione dell'essenza dell'uomo, con i suoi tanti pregi e difetti. Il contenuto della motivazione dell'assegnazione del premio delinea chiaramente i contorni dello scrittore; io non posso che serbare gelosamente ciò che, soprattutto con il suo capolavoro Il cavallo rosso, lo scrittore trasmette al lettore: un'armonica miscela di sentimenti e di sensazioni che portano, pagina dopo pagina, a scavare nel profondo del proprio io. Ma voglio anche porre l'accento su ciò che spesso ricorre negli scritti di Corti e che ne costituisce in parte spunto e riflessione: il periodo vissuto in armi. E proprio qui a Bassano del Grappa, per antonomasia città degli alpini, la città del ponte coperto eletto a loro simbolo, assume un particolare significato la consegna del premio ad un uomo che ha avuto l'onore di portare la penna sul cappello.

Certamente non è un caso il parallelismo che sorge spontaneo, proporre tra i profondi contenuti delle opere di Corti e ciò che da sempre anima il corpo degli alpini: lo spirito di sacrificio e di servizio, di abnegazione, di umanità e di onestà, di rettitudine morale che si ritrovano a profusione nelle pagine di Corti. Sono perciò doppiamente orgoglioso di rappresentare qui stasera la città di Bassano del Grappa, orgoglioso di presenziare la cerimonia di consegna del prestigioso premio al merito della Cultura Cattolica ad uno scrittore di chiara fama come Eugenio Corti ed orgoglioso anche del fatto che la nostra città, terra di alpini, veda premiato un uomo che nel glorioso corpo ha trascorso parte della propria esistenza, vivendone anche i momenti più drammatici.

Sono certo che i messaggi che Eugenio Corti ci ha sinora trasmesso e ci trasmetterà con i suoi scritti continueranno a essere per tutti noi motivo di riflessione sulla condizione dell'uomo e stimolo costante per un agire quotidiano ispirato ai valori della cristianità. Infine, a tutti i membri della giuria, agli illustri convenuti e agli organizzatori della serata va il più sincero ringraziamento.

Morra - Grazie signor sindaco di questa città, che è così integrata, insostituibile e caratterizzante della regione veneto, che appare naturale passare la parola al rappresentante della Giunta regionale veneta, l'assessore Grazie.

Grazie - E' con emozione e anche con tanta gioia che stasera posso portare i saluti della Regione Veneto e del presidente della Giunta regionale Giancarlo Galan. Li porto nella mia città e li porto soprattutto agli amici del Comune dei Giovani, alla scuola di Cultura Cattolica; e quando dico amici, sono amici veri. E quindi l'emozione chiaramente aumenta; stasera ci ritroviamo per un premio importante, un premio che segna anche una tradizione di questa città; è un premio che diventa maggiorenne.

Non è giustamente un premio solamente della città di Bassano, credo sia il premio di una tradizione riconosciuta da tutto il popolo veneto e credo che stasera si premi, accennava prima Giovanni Meneghetti, la ricerca della verità, quella che troppo spesso, soprattutto in questa epoca, sembra svanire e sembra sparire. Io non ho, con sincerità, avuto occasione di leggere i libri di Corti; ma credo che faccia bene, soprattutto alle giovani generazioni, ritornare ai ricordi di quelle verità, che fanno ritornare sicuramente a quell'idea dell'uomo che forse è cambiata; ci devono far pensare, ci devono far riflettere. Allora credo che occasioni come queste siano anche occasioni di riflessione, non solo di festa, di gioia e di premiazione; sono anche la possibilità di ragionare appunto sulla nostra essenza, di ragionare sulle nostre tradizioni, sulla nostra cultura, sulla cultura cattolica che in questo territorio, in questa regione sicuramente esiste ancora ed è giusto che si esprima liberamente. Grazie.

Morra - Devo appellarmi alla pazienza di tutti gli intervenuti perché il numero di telegrammi, di messaggi, di lettere arrivato è stato veramente imponente. Allora io con le forbici ho tagliato in numero, ho tagliato i messaggi, ma almeno i più importanti dovrò leggerli, riservandomi poi, caro Eugenio, di darli a te personalmente, perché tu possa essere informato di tutti quelli che hanno voluto prendere parte a questa grande gioia. In primo luogo il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato: "Occasione conferimento in Bassano premio assegnato ad Eugenio Corti - Sommo Pontefice rivolge benaugurante saluto - auspica che opere intellettuali cattolici contribuiscano tradurre perenni valori fede cristiana e impegno culturale al servizio della Chiesa e della società civile - imparte di cuore a vostra Eccellenza (è rivolto al vescovo di Vicenza, monsignor Nonis, che stasera era troppo impegnato e non ha potuto essere qui), illustre primiate, organizzatori e partecipanti alla manifestazione implorata benedizione apostolica. [lungo applauso] C'è poi il telegramma a nome del presidente Ciampi, che ci viene dal suo segretario generale Gaetano Gifuni, in cui ci dice che il "Capo dello Stato esprime i suoi sentimenti di ideale adesione alla cerimonia e fornula fin da ora gli auguri più fervidi per il suo felice svolgimento". Un amico carissimo, che io ho conosciuto quando era ancora assai giovane, e che è presidente della finitima Regione Lombardia, cioè Roberto Formigoni, ha mandato una lunga lettera che io sono esentato a leggere perché abbiamo la fortuna di avere qui un assessore della Giunta lombarda che prego di venire qui a dirci due parole… a nome di Roberto Formigoni e ovviamente suo personale.

Raimondi - La ringrazio anche per il benaugurante "assessore", sono un consigliere regionale di maggioranza, mi chiamo Marcello Raimondi. Il presidente Formigoni mi ha ingiunto di leggere una parte della lettera che ha mandato per sottolineare la sua adesione a questa manifestazione. (Formigoni letto da Raimondi) - "Con viva gioia - dice Formigoni - ho appreso che il premio annualmente conferito dalla prestigiosa giuria da lei presieduta è stato assegnato per l'anno duemila allo scrittore Eugenio Corti. Il riconoscimento che iscrive il nome di Corti nell'albo d'oro del premio, accanto a quelli di Augusto del Noce, Segio Cotta, Joseph Ratzinger, Giacomo Biffi, Vittorio Messori. Luigi Giussani, Irina Alberti e Michael Novak viene a consacrare la fama di un personaggio che il pubblico e la critica hanno applaudito non solo come scrittore ma anche come testimone del suo tempo. I romanzi di Eugenio Corti, a cominciare dal celeberrimo Il cavallo rosso, sono infatti l'epopea di un popolo che ha fatto della laboriosità, del coraggio, della fedeltà ai valori umani e cristiani, umani perché cristiani, la propria cifra in un'epoca in cui le contrapposte ideologie - marxismo, fascismo, nazismo - hanno seminato morte e distruzione. E' un messaggio di speranza, quello che promana dalle pagine di Corti, un messaggio che non sottovaluta le difficoltà, gli errori e gli inciampi, ma che indomito crede nel riscatto dei popoli quando al centro dell'azione sociale, culturale e politica viene messo l'uomo. Se è concesso un riferimento personale - dice Formigoni - affermo che la premiazione di Corti mi rallegra particolarmente perché da tempo sono lettore delle sue opere e inoltre, come presidente della Regione Lombardia, sono orgoglioso che lo scrittore abbia saputo ambientare le gesta dei suoi personaggi in una Brianza che nel cuore della Lombardia ha tuttora valori imperituri da proporre all'Europa e al mondo. Voglio porgere al premiato i miei più fervidi rallegramenti; e a lei presidente e agli illustri membri della giuria, alle autorità e al pubblico accorso a festeggiare Eugenio Corti va il mio saluto più cordiale".

Morra - Grazie per questa presenza e mi scuso per il lapsus ma - direbbe Freud - era un augurio. Abbiamo ancora una lettera del cardinale Ratzinger, il quale desidera porgere all'illustre premiato le sue più vive congratulazioni, e l'espressione della sua riconoscenza per il prezioso contributo intellettuale alla fede e alla cultura cristiana. Abbiamo ancora il cardinale Lustiger, arcivescovo di Parigi, abbiamo ancora il cardinale Schonborn, arcivescovo di Vienna, abbiamo ancora il cardinale Martini, arcivescovo di Milano, abbiamo il cardinal Biffi, arcivescovo di Bologna, che esprime il suo personale plauso per la felice scelta, abbiamo ancora il cardinale Tomko, prefetto della Congregazione per la Evangelizzazione, e il cardinale Stafford del Pontificio Concilio per i laici e così pure il suo segretario Stanislao Rylko; abbiamo ancora Angelo Scola, rettore della Pontificia Università Lateranense, abbiamo il vescovo di Cremona, il quale conosce personalmente Eugenio e infatti scrive:
(Nicolini letto da Morra) "Al suo apparire nelle librerie di Roma lessi e tornai a rileggere - [Morra] e non è facile leggere due volte… i vescovi in ciò sono virili - Il cavallo rosso, avendo subito l'impressione di trovarmi in mano un autentico capolavoro. Ne fui conquistato, e spontaneamente osai stendere una recensione, pur non avendo il privilegio di conoscere l'autore, col quale ebbi in seguito contatti epistolari e quindi la fortuna di apprezzare altre sue pregevoli opere". Abbiamo ancora il presidente del movimento per la vita, Carlo Casini, e il professor Luigi Negri di Comunione e Liberazione, il quale scrive:

(Negri letto da Morra) "Per moltissimi di noi, giovanissimi, giovani e adulti, Eugenio Corti è stato un grande maestro di fede e cultura, perché in lui la fede della nostra storia, dei nostri campi, dei nostri contadini, dei nostri operai, delle nostre parrocchie è diventata arte e così è diventata messaggio universale". Infine, ultima ma significativa, ultima perché arrivata pochi minuti fa, una lettera di Luigi Giussani, il quale scrive:

(Giussani letto da Morra) "Partecipo anch'io alla festa per il premio a Eugenio Corti; in lui la fede cattolica trasmessa dalla tradizione ha maturato una umanità che, nella passione per il vero, ha saputo impegnarsi per il destino dei fratelli uomini, le cui vicende descrive con tratti commoventi in tante sue opere, a cominciare da Il cavallo rosso, uno dei documenti più belli e drammatici del nostro tempo. Corti, proprio per la certezza che Cristo è diventato nella sua vita, non si è mai tirato indietro, anche a costo di risultare sgradito al mondo dell'ideologia, con il quale egli non ha mai mancato di paragonarsi con coraggio, svelandone la profonda, irragionevole parzialità, sempre fonte di ingiustizie e di intolleranza". Anche Giussani ha avuto il premio di cultura cattolica, conosce la scuola di cultura cattolica, ed è bello che questa lettera finisca in nome di questo grande sacerdote, don Didimo, che vogliamo ricordare stasera, perché c'è sempre un'origine di tutto, e come da Giussani è uscito questo grande movimento che conosciamo, così da don Didimo è uscita questa altrettanto grande scuola cattolica. Scrive Giussani:
(Giussani letto da Morra) "Possa questo premio di Bassano ricompensarlo dei tanti sacrifici sopportati, delle estraneità patite per la verità e quindi per la Chiesa, che egli dimostra di amare più di se stesso. Don Didimo, dal cielo, benedica questo momento che i suoi figli hanno voluto, segno grande per me della sua paternità che continua nel tempo e ci commuove". [lungo applauso] E' poi arrivato dalla città di Belluno non un piccione viaggiatore ma una persona in carne ed ossa che desidera fare un omaggio a Eugenio Corti. Prego, dottor Glori.

Glori - Eugenio Corti venne a Belluno quasi un anno fa; fu una serata un po' tormentata. Non finì come ci eravamo ripromessi, dandogli anche quegli omaggi che ritenevamo opportuni. Approfittiamo di questa lieta occasione per fare quello che non ci fu possibile fare in quella sfortunata serata; e auguriamo a Eugenio Corti di ripetersi ancora con altri libri, e che non ci lasci "allo scoperto" senza altre sue opere. La ringrazio, professore e vorrei darle questo libro sulla cattedrale di Belluno, che è uscito lo scorso anno e che ci fu impedito appunto di darle; e un libro che viene dalla Bolivia, è sulle Missiones Gesuiticas e doveva coronare la presentazione del suo libro di quella sera a Belluno, "La terra dell'indio". Noi la ringraziamo di vero cuore.

Morra - E' nelle consuetudini del premio che il premiato risponda a delle domande che qualcuno gli rivolge. In questo caso, e le siamo molto grati, l'intervista a Corti viene effettuata dalla giornalista Paola Scaglione; prego Eugenio di venire qui.

Scaglione - Il premio di oggi è il riconoscimento del mondo cattolico per il tuo impegno nell'ambito della cultura; è un riconoscimento che si pone assieme e accanto all'accoglienza entusiasta e sempre crescente che i lettori hanno tributato alle tue opere. Questo premio attesta la gratitudine e la stima del mondo cattolico per la fedeltà con cui nel corso di tutta la tua vita hai seguito la tua specifica vocazione di scrittore. Una tappa importante di questa vocazione è sicuramente segnata dalla ritirata di Russia. E' da un momento di quell'esperienza che vogliamo partire, dalla notte di Natale del '42. Da alcuni giorni era cominciato il ripiegamento delle truppe del trentacinquesimo corpo d'armata italiano sul fronte del Don, che si era ritrovato accerchiato dall'esercito russo. Il tenente d'artiglieria Eugenio Corti, ventidue anni ancora da compiere, combatteva contro il gelo e contro la morte che da ogni parte opprimevano lui e i suoi compagni. Tutta la vicenda è narrata da te in presa diretta nelle pagine drammatiche e umanissima del diario I più non ritornano. Riguardo quel momento hai scritto qui: "Feci alla Madonna una promessa, che avrebbe informato tutta la mia vita futura, se mi avesse concesso di tornare a casa. Ed è anche per mantenere quella promessa che ora scrivo". In quell'inferno di neve, insomma, si afferma chiara una vocazione affidata al volto della Madre di Dio: di che cosa si tratta?

Corti - Per cominciare, devo ringraziare tutti coloro che hanno dato testimonianza e tutti voi che siete venuti a partecipare a questo incontro. Non ho parole adatte per ringraziare, mi sento interiormente rosso per la vergogna, perché non sono degno di tutto quello che è stato detto.

Comunque, ringrazio tutti. La promessa fatta alla Madonna ad Arbusov, la valle della morte, è stata questa: se riesco ad uscirne (c'era poca speranza di uscirne, tanto che i diari che conservavo come unica cosa della mia esperienza al fronte, li avevo distrutti) mi darò da fare e impegnerò la mia vita per quel versetto del Padre Nostro: "Venga il Tuo Regno", con la erre maiuscola. La situazione era estremamente drammatica, anche per la ferocia con cui i due contendenti principali si combattevano, i tedeschi da una parte, i russi dall'altra; forse sarebbe più giusto dire i nazisti da una parte, i comunisti dall'altra. Era una ferocia proprio inaudita, non sperimentata altrove, io credo, al di fuori dell'ambito russo. Quella promessa, "venga il Tuo Regno", la vedevo al momento come un cercare di darsi da fare perché fra gli uomini non ci fosse più quella ferocia, quantomeno come un cercare di andare contro questa ferocia che talvolta compare tra gli uomini, perché ci fosse, se possibile, qualcosa di più vicino all'amore evangelico, se non l'amore tra gli uomini, almeno la sopportazione. Quindi volevo darmi da fare, questa era la mia intenzione in partenza, per l'amore tra gli uomini; poi mi sono accorto, soprattutto in seguito all'esperienza di alcuni miei fratelli che si sono fatti in vario modo missionari, che io non ero adatto a operare in quel campo. Assolutamente non ero adatto.

Ho riflettuto bene e ho detto: in fin dei conti fa parte del Regno di Dio, con la erre maiuscola, non solo l'amore ma anche la Verità e la Grazia. Per la Grazia… io non sono sacerdote e non sarei stato sacerdote, non ero particolarmente adatto, ma per la Verità sì; e ho deciso di impegnarmi per la Verità, questo è stato il mio impegno. E ho cercato di mantenerlo, in modo inadeguato (come tutte le cose che facciamo noi uomini), ma dandomi veramente da fare… combattere per la Verità. Devo dire una cosa; quando siamo usciti dall'accerchiamento (siamo stati accerchiati quasi un mese) eravamo ridotti, da trentamila che eravamo partiti dal Don, a quattromila, la maggior parte conciati, mutilati, feriti, congelati. Io avevo avuto la sensazione che ci sarei rimasto in quell'ultimo giorno dell'uscita… ero scampato miracolosamente fino ad allora; viceversa non ci sono rimasto, sono rimasto vivo e ho potuto uscire dall'accerchiamento. Allora, ho avuto chiara questa percezione: invece di rimanere lì come ne avevamo visti tanti e tanti, mucchietti di carne congelata e di divise che diventavano subito stracci coperti di brina e di neve, invece di trovarmi ridotto in quel modo, in cui tanti miei compagni si erano ritrovati, io ricevevo la vita, tutta la vita in premio.

Stavo già ricevendo il premio per il mio impegno di darmi da fare per il Regno, perché mi veniva data tutta la vita. Ed è quello che poi è successo, perché è stata una vita abbastanza lunga, sono vicino a compiere gli ottanta anni, ed è stata una vita piena di grandi cose, come può essere la vita dell'uomo quando si svolge con pienezza. Ho incontrato l'amore, che è un dono straordinario di Dio all'uomo; ho incontrato tante e tante cose, per esempio stasera sto incontrando questa festa; un'altra cosa che ho incontrato - per me è una delle cose più importanti - è la soddisfazione della pagina riuscita durante la stesura dei miei libri; si percepisce una grande soddisfazione. Tutto questo mi è stato dato. Io sapevo che mettendomi a scrivere in base ad un'impostazione cristiana e rigorosamente cristiana avrei avuto contro tutto il mondo della cultura dominante. Però questa emarginazione che ogni tanto si ripete, per quelli che scrivono come me, e che nei miei riguardi è stata bella massiccia, questa emarginazione non mi tocca; perché ad altri può importare che il loro lavoro venga riconosciuto ufficialmente, ma per me non ha più importanza dal momento che io ho già avuto il mio premio ed ho avuto come premio la vita intera. Quindi Domineddio è stato straordinariamente generoso con me, dandomi la vita da vivere, ed una vita così completa. Questo è il punto di arrivo ad oggi di questa promessa alla Madonna nella notte che precedeva il Natale del 1942.

Scaglione - Tutti i tuoi testi narrativi sono tratteggiati in rigoroso e secco realismo. Non temi la rappresentazione del male, mai; eppure le tue opere sono cariche di serena misericordia, di una inesauribile capacità di vedere e di rappresentare il bene; il sigillo della tua arte è quello di una grande speranza; la tua narrazione vibra dello splendore della bellezza e del fascino della verità. E' per questo che moltissimi lettori ti scrivono, vogliono incontrarti e testimoniano che hai orientato la loro vita al bene, con gratitudine. Qual è il cuore di ciò che comunichi e che ti rende maestro per tanti di noi?

Corti - Quando ho cominciato a scrivere, il mio primo lavoro, pubblicato nel '47, due anni dopo la fine della guerra, è stato I più non ritornano, che è già stato ricordato anche qui. Era una testimonianza… è una testimonianza, perché grazie a Dio continua ad uscire. è uno dei pochissimi libri sulla ritirata e sulla guerra in Russia che continuano a uscire; era una documentazione rigorosa di quello che avevamo passato noi del corpo italiano in Russia. Ci eravamo trovati in una situazione di una drammaticità unica; per esempio noi del trentacinquesimo corpo d'armata siamo stati accerchiati in riva al Don con temperature che erano - quando andava bene - intorno ai dieci, venti gradi sottozero; durante i giorni successivi abbiamo avuto temperature molto più basse, fino ad arrivare una notte a quarantasette sottozero.

Eravamo quindi costretti a marciare con quelle temperature. Partiti senza benzina, avevamo dovuto abbandonare tutte le armi pesanti e dovevamo aprirci continuamente la strada con le armi minori, le armi leggere, portatili, continui combattimenti che molto spesso erano combattimenti all'arma bianca tragici, estremamente tragici. Non c'era più da mangiare, si riusciva a mangiare quando si riusciva a trovare nelle isbe dei russi delle patate, più che altro, del grano, del frumento, in qualche sacco; ci si riempiva la tasche e si mangiava questo grano un po' alla volta. E si doveva dormire - questo è uno degli aspetti più tragici - sulla neve e sul ghiaccio con temperature di venti, trenta sottozero, per cui molti non superavano la notte. Era una situazione di una drammaticità tale… Poi c'era l'odio dei nemici, non tanto contro di noi italiani ma contro i tedeschi che erano con noi, c'era anche una divisione tedesca insieme alle nostre due divisioni italiane, e tra gli uni e gli altri c'erano episodi così selvaggi, così terribili che non ci si riusciva a spiegare come mai l'uomo potesse arrivare ad una situazione del genere; e noi, bene o male, eravamo coinvolti in questa realtà.

Quindi gli italiani avevano vissuto, per circa un mese, al limite estremo delle risorse umane; era quel documento che io dovevo tramandare con il mio libro sulla ritirata, il ponte estremo a cui può arrivare l'uomo, tagliando via rigorosamente tutto quello che non riguardava questo aspetto Naturalmente, poiché io pensavo di far lo scrittore fino da ragazzino, mi ero creato una mia poetica che pian piano ho sviluppato, ho montato e costruito meglio con il tempo; ma quando ho scritto il primo libro mi sono detto: tutte queste risorse dell'arte, via, da parte, niente. Non solo, ma se per esempio nel riferire un fatto non mi ricordavo un qualche particolare, via, quel fatto si fermava e non andava avanti; se un pensiero lo ricordavo solo in parte, scrivevo solo la parte che ricordavo e non il resto. Quindi per lo scrupolo per la verità, che era assoluto, ritenevo di aver rinunciato alle possibilità dell'arte e che quindi quel libro non avesse valore artistico, letterario. E invece, quando è uscito, con mia meraviglia, è stato accolto come un'opera anche di valore letterario, soprattutto da quel mio grande maestro - ed è diventato maestro da allora - che era Mario Apollonio (mi piace ricordarlo qui, mi fa piacere ricordarlo), che era docente di letteratura italiana all'università Cattolica di Milano e che era allora uno dei maggiori critici letterari italiani. Disse: questo libro sembra un libro di cronaca, così greve e tetra da diventare selvaggia, ma non si ferma ad essere cronaca; questo libro diventa in conclusione un romanzo, poema, dramma, storia, vi è tutto dentro.

Da cosa è venuto questo fatto? E' stata una sorpresa anche per me. E' venuto dallo scrupolo per la verità; allora in tutte le mie opere successive non mi sono più allontanato dalla verità per questa ragione, per questo effetto che avevo avuto nel mio primo libro. Non ho tempo per dilungarmi, purtroppo, mi hanno giustamente raccomandato di cercare di essere breve e già sto non essendolo. Comunque adesso cerco di stringere. Paola Scaglione mi chiede cosa avvince i lettori, perché tanti giovani vengono a trovarmi… è un continuo: quasi non c'è settimana senza che la sera arrivino gruppi di ragazzi, in genere studenti delle diverse università di Milano; a volte sono due o tre, a volte anche dodici o quindici, per parlare dei miei libri e per parlare della filosofia della storia oggi, di cosa c'è di spiegabile nella realtà di oggi.

Questo viene dal fatto che oltre alla verità, nelle mie opere io mi sono rigorosamente stretto a un altro aspetto, che è quello della bellezza; vedo quindi le mie opere come un arco romano, che è una costruzione abbastanza bizzarra, se vogliamo, due pilastri che si congiungono in alto attraverso l'arco; i due pilastri sono la verità e la bellezza. Dovrei spiegare in che modo mi attengo io alla verità, ma temo proprio che non ci sia il tempo. Il lettore sente questo aspetto della bellezza presente nell'opera; lo sente, ne viene in qualche modo incantato… per me il romanzo è l'antico poema trasferito nella modernità, quindi con l'abolizione della rima, con l'abolizione di tanti arcaismi eccetera, ma conserva l'aspetto dell'antico poema, "Cantami o diva del pelide Achille l'ira funesta…", "L'armi e l'uom canta…", "Arma virumque cano…" e poi arriva fino a Dante, addirittura i capitoli della sua opera si chiamano canti; si arriva poi al 1500, con Tasso e Ariosto, sempre il canto. Ho voluto conservare questo aspetto in un modo che non posso rendere adesso (sarebbe troppo lungo), mi pare che sia rimasto, e allora accade che chi legge a un certo punto resta in-cantato, preso dal canto (almeno, io spero… è successo tante volte e spero continui ad essere così, con l'aiuto di Dio), resta affascinato dalla lettura, la filosofia e la profondità che vi è dentro viene assorbita e alla fine questi giovani vogliono discuterla con me, portarla avanti, svilupparla. Questo è il motivo per cui vengono continuamente a trovarmi, e di questo fatto io ringrazio in particolar modo il Signore.

Scaglione - La nostra è un'epoca di falsa tolleranza, nella quale forse lascerebbero qualche spazio anche a noi cristiani, se solo fossimo disposti a trascurare almeno qualche volta il fatto che la resurrezione di Cristo cambia la vita dell'uomo e il corso della storia. Se solo cioè non pretendessimo di dover essere il sale della terra. In questo contesto invece i tuoi scritti testimoniano una saldezza di giudizio ormai rara, che non lascia tranquillo il lettore, lo avvince, lo coinvolge in un compito comune. Nelle pagine conclusive de Il cavallo rosso c'è un'annotazione che segnala quale è la funzione che affidi al tuo scrivere; dici che la tua testimonianza è per dopo il diluvio, per quelli che domani dovranno pur accingersi a ricostruire. Qual è allora, nell'attuale situazione del mondo cattolico, il compito di noi che dobbiamo, o meglio, di noi che vogliamo accingerci a ricostruire?

Corti - Io vedo la realtà del mondo cattolico in funzione della filosofia della storia di sant'Agostino, meglio sarebbe dire del filosofo Agostino. Di tutte le filosofie della storia, di tutte le concezioni della storia la sua mi pare essere l'unica veramente fondata, l'unica alla prova dei fatti, l'esperienza storica. E' la concezione delle due città: la storia dell'uomo, dice Agostino - da quando l'uomo è comparso sulla terra, e sarà così fino a che abiterà la terra - è costituita da un'alternanza, da una sovrapposizione di due città, lui dice, di due concezioni della società, una terrena, l'altra terrestre.

C'è questa continua sovrapposizione: noi lo abbiamo visto, e nel corso della mia vita io ho avuto modo di vedere bene un tentativo di affermazione fortissimo di città terrena, con la spinta delle due ideologie nazista e comunista; ho visto poi l'affermazione della società celeste, la società cristiana, quando l'Europa è stata tanto terrorizzata dagli scontri che la avevano ridotta in macerie, da affidare la ricostruzione a uomini politici d'impostazione cristiana. E' stato un momento di alcuni anni di città celeste. Poi è tornata avanti la città terrena, ed è la situazione che stiamo vivendo oggi. Non posso soffermarmi a dire quali siano le sue caratteristiche, ma non sono caratteristiche sostanzialmente allegre, presentano inconvenienti terribili come quello dell'omicidio prodotto dalla società. I nazisti, lo sappiamo, uccidevano per odio razziale, i comunisti uccidevano per odio di classe, oggi ci sono ancora uccisioni su scala di milioni come allora, e sono un prodotto della società: sono le uccisioni dell'aborto, oltre a quelle per la droga; quelle per droga sono ancora più tipiche per la nostra società, ma sono limitate; quelle per aborto sono di milioni all'anno, come quelle di nazisti e comunisti. C'è quindi questa realtà intorno a noi; e c'è poi la realtà del mondo cristiano.

Nel mondo cristiano si sono sviluppati diversi inconvenienti; io ho scritto un libro, Il fumo nel tempio, che avrebbe voluto avere un altro titolo e avrebbe voluto avere materia parzialmente diversa. Volevo cioè rappresentare la realtà cattolica, la concezione cattolica della realtà e della società, come fonte di speranza per tutti, per noi che crediamo ma anche per gli altri. Ho invece dovuto vedere che nel mondo cattolico sono accaduti inconvenienti molto grossi; e ho dovuto parlare per notevole parte del libro di questi inconvenienti. Se oggi prevale la città terrena e non la città celeste, non è solo perché i sostenitori della città terrena (coloro che sono contrari all'impostazione cristiana) sono stati più bravi; lo scontro c'è sempre stato, come insegna Agostino, ma loro hanno fatto quello che hanno sempre fatto, e lo hanno forse fatto con maggiore efficacia nel nostro secolo. Noi cattolici invece abbiamo fatto delle grosse sciocchezze e in quel libro c'è la mia analisi di queste grosse sciocchezze.

Questa è la situazione; non mi fermo ad analizzarla, vi rendete ben conto che non è possibile, bisognerebbe tracciare dei grandi quadri; ma questa situazione non è destinata a durare: la radice dalla quale sono partiti il nazismo e il comunismo è la stessa radice di quel laicismo che oggi è dominante, che, come ha portato a suo tempo al fallimento di nazismo e comunismo, porterà al fallimento anche di questa impostazione; ce ne sono già i segni. Ci sono poi i segni di ripresa nostri, che sono diversi: io mi soffermo su uno solo di essi, quello dei movimenti. Alcuni movimenti cristiani che veramente danno l'impressione di un qualche cosa di "voluto da Dio", presente nella storia; per questi movimenti i cristiani stanno rimettendosi in moto per iniziare il recupero. Comunque Agostino è un filosofo di mille cinquecento anni fa, del quarto secolo: ha visto con una chiarezza sbalorditiva quello che sarebbe accaduto nel nostro secolo, oltre che nei secoli passati; ma soprattutto quello che è successo nel nostro secolo. Non sbaglia, la sua visione della storia è centrata e di questa visione fa parte appunto l'alternanza continua delle due città; l'uomo è sulla terra non a caso ma secondo un disegno divino, e appunto secondo questo disegno c'è questa alternanza, che potremmo ridurre al suo elemento più basilare, del bene sul male e poi del male sul bene e così via. Verrà quindi di nuovo il momento della città celeste; e noi dobbiamo sperare.

Scaglione - L'ultima domanda che facciamo - telegraficamente; il momento attuale della produzione letteraria di Eugenio Corti è segnata da un gruppo di opere che sono definite "racconti per immagini", caratterizzate da una scrittura che evoca non più solo con le parole ma anche con le immagini. Che cosa significa questo nel percorso di un autore completamente classico?

Corti - Allora, delle mie opere - che fortunatamente continuano a essere pubblicate, a tenere il campo - tre sono di narrativa: il primo libro è I più non ritornano, storia della ritirata di Russia, il secondo è Gli ultimi soldati del re, che racconta la storia dell'esercito regolare italiano (CIL, Corpo Italiano di Liberazione, che è stato qualcosa di molto importante, poi misconosciuto completamente) che ha combattuto contro i tedeschi a fianco degli alleati, e c'è poi Il cavallo rosso, che cerca di rendere tutta la storia delle generazioni centrali del nostro secolo, in conclusione la storia dell'uomo nel nostro secolo.

Ci sono poi due saggi, uno è Processo e morte di Stalin, che è una tragedia nella quale però si fa l'analisi rigorosa di come fosse impossibile costruire la società comunista; lo ho pubblicato nel 1962, quando il comunismo era in vigore più che mai. Non è stato capito in Italia, ma è stato tradotto da esuli russi che lo hanno diffuso anche in Russia attraverso il samizdat; in seguito i polacchi hanno visto i russi e lo hanno tradotto anche loro. Io vedevo nel comunismo, più ancora che in qualsiasi altra realtà, il pericolo maggiore per la civiltà e per l'uomo nel nostro secolo; più ancora che nel nazismo, per questo fatto: il nazismo era molto più moderno, molto più efficiente, però non era universale come è universale il comunismo. Quindi il nazismo era meno pericoloso, e comunque il nazismo era finito e il comunismo era più che mai in avanzata e bisognava fronteggiare quello. L'altro mio testo di saggistica è stato appunto Il fumo nel tempio, da una frase di papa Paolo VI: "Speravamo che dopo il Concilio venisse una giornata di sereno, di sole per la Chiesa e invece è venuta una giornata di buio e di nebbie". Nel libro c'è questa analisi: l'ambito della nostra speranza, della mia speranza, il cristianesimo attuato nel mondo cattolico, che però aveva i suoi problemi e le sue crisi.

Arrivato a questo punto, io dovevo trattare alcuni altri argomenti secondo me importanti nel nostro secolo, e ho deciso di non trattarli più con opere di narrativa, ma con i cosidetti "racconti per immagini", cioè con libri che, pur essendo nati per essere letti, con l'attrattiva e la forza dei libri, fossero anche disponibili a essere trasformati subito in rappresentazioni cinematografiche, pensavo alla televisione e ai suoi attuali sviluppi, pensavo al computer… Ho trattato due temi; dovevano essere tre e due li ho già pubblicati. Uno è La terra dell'indio, che è il racconto di quello che i gesuiti hanno fatto nel Sud America nel 1600 e 1700; è una storia straordinariamente bella, la caratteristica maggiore di quella storia è la bellezza di quello che è successo, l'incantesimo di come sia stato meraviglioso quello che hanno fatto i padri gesuiti allora. E' una storia che è poi stata troncata dal fatto che in occidente, presso i potenti di allora, le corti di allora (corte di Spagna, corte di Portogallo, eccetera), l'illuminismo, che in seguito doveva portare al comunismo e al nazismo, ha preso piede e ha portato alla distruzione di queste comunità che i gesuiti avevano messo in piedi tra gli indigeni del Sud America, del Paraguay in particolare. Perché ho scritto questo libro? Perché secondo me c'è un problema di cui noi cattolici dobbiamo renderci conto; che cioè ci sono delle popolazioni assolutamente marginali in tutto il corso della storia dell'uomo, praticamente le popolazioni di colore, che cominciano adesso ad affacciarsi alla storia, cominciano anche loro ad entrare nel ciclo della storia.

Queste popolazioni potrebbero chiedere a noi cristiani: ma voi cosa avete fatto per noi fino ad ora? Io penso che i cristiani abbiano fatto tante cose per loro: ma una cosa ve la presento nella sue interezza e pienezza, una cosa che è bellissima. Una risposta quindi alle domande che potrebbero farci queste genti. La seconda storia, che è uscita a luglio, e che grazie a Dio ha già fatto una seconda edizione che è uscita una dozzina o quindicina di giorni fa, è la storia del Bounty (si intitola L'isola del paradiso). Il primo La terra dell'indio, il secondo L'isola del paradiso. Ed è in sostanza una risposta a Rousseau, una risposta a gran parte della venatura di laicismo che attraversa il mondo oggigiorno ed in particolare il mondo anglosassone e il mondo americano, che è quello determinante per la cultura oggi. Il mito del "buon selvaggio" e della vita civile allo stato di natura, eccetera… Io sono andato a prendere la storia del Bounty e sono rimasto sorpreso dal fatto che quando ho cominciato a studiarla, ho visto che questo è un episodio, la ribellione di una piccola nave della marina britannica nel 1789 (stesso anno della rivoluzione francese), che è diventato per il mondo anglofono un mito, un episodio storico che si è trasformato in mito in epoca moderna. E' forse l'unico episodio storico che abbia avuto questa sorte: e ho visto che la realtà di questo mito non è quella che ci viene rappresentata dai film, uno dopo l'altro, grandiosi, e da tanta stampa. Ma questi uomini che, dopo aver preso la nave, hanno creduto di formare su un'isola deserta un paradiso in terra con le più belle indigene del luogo, a Tahiti erano tutte innamorate dei marinai di pelle bianca; hanno portato via queste donne e sono andati in quest'isola sconosciuta, disabitata e hanno messo in piedi qualcosa che all'inizio sembrava un paradiso terrestre: era una società costruita sulla libertà assoluta (anche qui bisognerebbe entrare nei particolari ma non si può).

La conclusione è stata che su quindici uomini alla fine ne sono rimasti vivi due, gli altri si sono tutti ammazzati fra di loro, dopo essere passati attraverso tre anni di paradiso terrestre; questo perché la tara che accompagna l'uomo, il peccato originale, lo accompagna sempre e anche se esce dalla società, va su una terra sconosciuta, crea una società nuova, il peccato originale, questa tara che colpisce la natura umana, ricompare.

Adesso sto scrivendo, sperando che Domineddio me ne dia il tempo (io il mese di gennaio, fra pochi mesi, compio gli ottanta anni), quindi se Domineddio continuerà nella Sua misericordia a lasciarmi la mente lucida, sto scrivendo un libro ambientata nella storia romana del II secolo avanti Cristo, la storia di Catone maggiore, Catone il censore. Io lo ricordavo dai miei studi di storia, non solo quelli liceali ma quelli che ho cercato di fare qualche decina di anni dopo per approfondire questa realtà importante della nostra storia, lo ricordavo per certi aspetti che dovevano essere interessanti e che infatti si presentano interessanti. Ma adesso, dovendo approfondire la storia romana attraverso la lettura diretta degli autori di allora e attraverso i testi principali che sono usciti, mi sono reso conto che il materiale a disposizione è straordinario, è incantevole. Cosa ha fatto Catone maggiore? Quello che io appunto pensavo. Lui, in piena repubblica romana (II secolo avanti Cristo), con la repubblica in grande crescita, ha visto che entrava nel mondo romano la corruzione, portata dalla cultura greca, che non era la grande cultura, la grande filosofia o la grande arte che vale ancora oggi, ma la cultura greca del VI, V e IV secolo, che nel II era completamente corrotta. Per esempio c'era la convinzione, nei filosofi di allora, che si potesse dimostrare che ogni cosa era nello stesso tempo vera e falsa. C'era quindi la corruzione; tutti aspetti che Catone incontrò e che sono presenti anche nella cultura di oggi.

Lui affermava che la cultura greca avrebbe distrutto il mondo romano, come poi lo ha distrutto; e noi possiamo dire che la cultura moderna ha dentro delle venature tali che porterà alla distruzione della cultura dell'occidente: è questo il problema da affrontare e lo sto facendo con tutto l'impegno possibile e immaginabile, sperando che Domineddio sorrida e accetti questo tentativo e mi faccia arrivare fino in fondo.

Morra - Ringrazio la dottoressa Paola Scaglione così puntuali, che ci hanno consentito di percorrere l'itinerario di un'intera vita di scrittore e di uomo di cultura. Però, prima di mandarla via di qui, so che deve farti una sorpresa… sai, con le donne non si sa mai.

Scaglione - In questa festa ho la gioia di inserire una sorpresa che è stata preparata per Eugenio, della quale lui non dovrebbe sapere ancora nulla, nonostante il grande macchinamento. L'idea nasce dall'avvicinarsi dell'ottantesimo compleanno dello scrittore; questa sera, nonostante siamo un po' in anticipo, sembra un buon inizio per i festeggiamenti. Ottant'anni sono una ricorrenza importante, occorreva un regalo che rimanesse nel tempo, qualcosa che dicesse a Eugenio Corti lo stupore e l'ammirazione per la sua coraggiosa e incrollabile testimonianza di fede. Un dono che, in qualche modo, fosse a nome di tutti i lettori per esprimere la gratitudine che ci si ritrova nel cuore quando si leggono le sue opere. Soprattutto però, chi vi parla cercava un dono che rivelasse tutta la gioia, la riconoscenza, il senso di privilegio, un privilegio sempre immeritato che con intensa emozione ricava dall'amicizia di Eugenio Corti. Un dono insomma capace di testimoniare un affetto grande. Insieme a chi vi parla hanno contribuito a dar vita a questa impresa mons. Alessandro Maggiolini, Massimo Caprara, Cesare Cavalleri, François Livi, Antonia Mazza Tonucci. A loro va un ringraziamento di tutto cuore. C'è però un altro grazie che questa sera non può non trovar spazio nelle mie parole: è per una persona che ha accolto e condiviso dall'inizio con impegno appassionato questo progetto. E' Flavio Ronzoni, responsabile editoriale di Bellavite editore, che invito a consegnare il nostro omaggio al festeggiato di questa sera. Si tratta di una raccolta di scritti in onore di Eugenio Corti, dal titolo La trama del vero; è il nostro grazie per un amico al quale dobbiamo veramente molto.

Corti - Vi assicuro sul mio onore che questa è una sorpresa sul serio: non lo sapevo…

Morra - Una serata davvero piena di sorprese, e un'altra sorpresa è questa: Eugenio dice "Avrò presto ottant'anni"… c'è anche chi ne ha qualcuno di più e, vedi caso, stasera di medaglie d'oro ne abbiamo due, non una. Infatti prego mons. Emilio Franzoni, medaglia d'oro al merito militare…

Franzoni - Dico soltanto che il dottore l'altra sera mi ha detto: "Coraggio, perché lei è nei tempi supplementari!"… ho già compiuto gli ottantotto, quindi, caro Eugenio, è roba da ridere… Sono contento di consegnare questo premio bellissimo. Carissimo Eugenio, mancano un luterano e un calvinista, questa sera: perché tu li hai entusiasmati e li hai trascinati a rispettare la religione e anche cattolica in una maniera esclusiva. Chissà quanti vescovi avrebbero ambito di riuscire a captare anche l'anima dei calvinisti e dei protestanti in genere: complimenti vivissimi. Io penso questa sera a quei tre preti che tu hai, in qualche modo, sublimato nel tuo Il cavallo rosso: don Gnocchi, don Turla e don Giannò. Don Turla e don Giannò sono stati prigionieri con me: ci sono anche loro, perché dal cielo pregano per te e perché tu possa continuare ancora per lunghi anni a fare quel bene che hai fatto fino ad ora. Gesù diceva: "La tua fede ti ha salvato"… Eugenio, la tua fede ti ha ispirato, ti ha esaltato alla penna, ti ha dato fantasia ammirabile e questa sera questa tua fede riceve anche il riconoscimento che tutta questa assemblea ha il piacere di conferirti.

Morra - Desidero, prima di dare lettura della motivazione con la quale la giuria unanime ha conferito il Premio Internazionale Medaglia d'Oro al merito della Cultura Cattolica ad Eugenio Corti, desidero prima, come presidente della giuria, ringraziare i giurati per tutto ciò che hanno fatto; uno di essi, il professor Sergio Belardinelli è assente perché ha avuto impegni nel Sud America, delle conferenze di cultura cattolica. Ma sono qui con noi il professor Stanislao Griegel, il professor Onorato Grassi, il dottor Cesare Cavalleri e il dottor Vittorio Messori.

In particolare festeggiamo Vittorio Messori per l'uscita in questi giorni di un libro straordinario che è già in testa alle classifiche dei saggi di questo periodo e che credo tutti noi leggeremo, come abbiamo sempre letto tutte le cose belle che ci ha saputo dare e che gli hanno meritato il premio per la cultura cattolica.

La motivazione è la seguente: "Con il suo magistero di scrittore Eugenio Corti ha restituito alla letteratura italiana del secondo Novecento la sua funzione ed il suo ruolo di scandaglio del cuore umano per giungere, attraverso l'analisi e la rappresentazione di caratteri, idee e sentimenti, alla comprensione e alla valutazione delle vicende storiche. Il folgorante romanzo d'esordio, I più non ritornano, pubblicato da Corti ventiseienne nel 1947, già conteneva i semi delle tematiche che avrebbero dato maturità di frutti nel capolavoro Il cavallo rosso (1983), affresco epico dell'Italia e dell'Europa dal 1940 al 1974. L'esperienza della guerra, con la terribile ritirata di Russia, è stata la scuola esistenziale in cui Corti ha appreso il significato della vita, a contatto con il dolore, l'odio, la generosità, l'eroismo delle situazioni estreme: narrando vicende autobiografiche e raccogliendo testimonianze di primissima mano, Corti ha dato voce a un'intera generazione, in un cono di luce profetica sulla sorte dell'uomo e sul destino delle nazioni. Dopo Gli ultimi soldati del re (1984), che descrive gli italiani impegnati a combattere contro i tedeschi nella campagna d'Italia a fianco degli Alleati, Corti ha elaborato un'originale forma di "racconto per immagini": sia narrando le vicissitudini delle reducciones gesuitiche nel Paraguay (La terra dell'indio, 1998), sia le peripezie degli ammutinati del Bounty (L'isola del paradiso, 2000), Corti espone, in chiavi diverse, i contraddittori tentativi di costruire una "città terrena" che prescindano dalle reali inclinazioni della natura umana. L'attività drammaturgia di Eugenio Corti (la tragedia Processo e morte di Stalin, 1962-1999) e il suo impegno saggistico (Il fumo nel tempio, 1996) fanno fede della profondità di riflessione da cui scaturisce l'opera narrativa di uno dei più popolari scrittori italiani. Il conferimento del Premio Internazionale della Cultura Cattolica per l'anno 2000, intende onorare in Eugenio Corti il testimone che, in un panorama letterario caratterizzato da evasività di temi e da sterili sperimentalismi linguistici, ha saputo affrontare con le risorse dell'arte i grandi problemi dell'esistenza secondo una visione profondamente cristiana perché profondamente umana".

 

 

Eugenio Corti