La
trascrizione completa della serata di Bassano del Grappa
Morra
- Cari amici, benvenuti tutti, Autorità, popolo, benvenuti
per questa 18° edizione del premio internazionale di cultura
cattolica. Giornata particolarmente importante perché
compiamo 18 anni, diventiamo maggiorenni e quindi una ragione di
più per essere lieti. Un premio internazionale di cultura
cattolica si rivolge all'abate di Bassano nelle preghiera di aprire
questa cerimonia con una preghiera. (segue recita del Padre Nostro)
Morra - La parola al Presidente della Scuola di Cultura Cattolica di
Bassano del Grappa.
Meneghetti
- Carissimo dottor Eugenio Corti, un saluto particolare a Mons. Bruno
Tomba abate di Bassano, al signor sindaco di Bassano, al professor
Morra, presidente della giuria che assegna il premio, ai componenti qui
presenti, dottor Cavalleri, professor Griegel, Vittorio Messori, dottor
Onorato Grassi. Un saluto all'assessore regionale dottor Graziano
Faele, in rappresentanza della Regione Veneto; un saluto va anche al
generale Carosella, al generale Lugaresi, sottotenente al fronte russo,
poi generale di Corpo d'Armata, poi presidente del Sismi; un saluto del
tutto sottolineato a mons. Franzoni, qui presente, cappellano militare
sul fronte russo e medaglia d'oro al valore. Gentili ospiti ed
autorità intervenute, gentile pubblico presente, signore e
signori, cari amici, la cerimonia di consegna del premio al merito
della cultura cattolica cade quest'anno in un momento speciale, ed
assume un significato del tutto particolare per il premiato e, ci sia
consentito, per la cultura cattolica.
Mi
riferisco in particolare al Grande Giubileo del 2000, ormai prossimo
alla conclusione e che ha senza dubbio segnato un passo importante per
la grande famiglia della cristianità mondiale. In questo
anno di celebrazioni dell'avvenimento giubilare infatti è
stato sottolineato, tra i tanti aspetti tipici del Giubileo, in modo
molto forte il ruolo rilevante della memoria di molti martiri del
secolo appena trascorso. Un secolo caratterizzato da avvenimenti
straordinariamente grandi, per i traguardi e le conquiste avute, ma
anche da altri avvenimenti che hanno sconvolto il mondo con numerose
vittime immolate sugli altari del neopaganesimo del laicismo
più spietato e di ideologie generatrici di campi di
sterminio, di prigione, di morte. Un secolo che ha visto spesso ampi
settori del mondo cattolico in difficoltà nel proporre e
testimoniare la fede in quell'unica Verità che è
Cristo, luce delle genti e redentore dell'uomo. In alcune correnti del
pensiero moderno si è talmente esaltata la
libertà da farne un assoluto, una sorgente di valori
ingannatrici; di fatto, come dice il Papa, persa l'idea di una
verità universale sul bene conoscibile con la ragione umana,
è inevitabilmente cambiata anche la concezione delle
coscienza, concedendo a questa il privilegio di fissare in modo
autonomo i criteri del bene e del male, ed agire di conseguenza. Da
questo sono nati tanti errori che hanno segnato spesso in modo tragico
il cammino dell'uomo nel secolo appena concluso.
Lo
ha compreso bene lo scrittore Eugenio Corti, che premiamo questa sera,
quando pone come filo conduttore del suo pensiero l'idea che solo il
Vangelo di Cristo insegna che il male sta dentro il cuore dell'uomo e
che solo Cristo è la risposta completa alle aspirazioni e
alle domande degli uomini. Tutta la vita di Corti è stata
una testimonianza di questa verità.
Carissimo
dottor Corti, siamo lieti del premio che questa sera le viene dato;
siamo grati alla giuria per aver indicato il suo nome; le viene
consegnato in questa nostra bellissima città anche a nome di
tanti giovani, di tante persone che possono apertamente dire di avere
avuto nell'esperienza del Comune dei Giovani, della Dieci e della
Scuola di Cultura Cattolica l'opportunità, talvolta unica,
di aver sentito parlare di Cristo, di avere avuto la gioia di sentirsi
parte della Chiesa. Certamente non siamo né conservatori,
né rivoluzionari utopici; l'iniziatore, il fondatore del
Comune dei Giovani e delle sue molteplici attività, don
Didimo Maniero, esortava sempre a non abbandonare mai il sano realismo
della vita quotidiana. E proprio per questo, aveva, nel suo programma
di educazione, ai primi posti l'educazione religiosa. Un analogo
pensiero che si ritrova nelle opere del premiato di questa sera, di
Corti, che scrive: "A cambiare la testa della gente, a determinare i
grandi mutamenti di costume non è il potere politico ma
quello culturale".
Era
la notte di Natale del '42. Si trova scritto in un'opera dedicata alla
vita dello scrittore dalla giornalista Paola Scaglione qui presente
questa sera. Ed Eugenio Corti, giovanissimo sottotenente dell'Armir,
lottava contro il gelo e la morte nella tragica ritirata di Russia. Non
immaginava quali insidie gli avrebbe riservato nel futuro la battaglia
quotidiana. Eppure, in oltre mezzo secolo, non è venuto meno
al compito che si era assunto. "La sola cosa che gli preme - si legge -
che si riconosca di lui è che ha preso parte alla battaglia
per il Regno di Dio: 'Non dico - confessa - di avere combattuto bene,
ma di avere combattuto sì'". Anche noi, nel nostro piccolo,
abbiamo combattuto la nostra battaglia, per dare idee, per portare
cultura, per fare cultura cattolica, meravigliosamente inserita nel
vivere di ogni giorno, sorretta da una strenua resistenza contro
ciò che è contrario alla verità. In
una parola, abbiamo cercato di testimoniare con le poche nostre opere
la gioia di sentirsi appartenere alla compagnia della Chiesa. Lo
abbiamo fatto con la consapevolezza che siamo parte di un progetto
più grande, che magari non conosciamo, ma con fiducia nel
Padre dei cieli; anche per noi la vita è come la concepiva
Michele, uno dei personaggi principali del romanzo Il cavallo rosso di
Corti; si legge: "Una volta rannicchiato sotto la paglia, prima di
addormentarsi, pregò brevemente ma con fervore; a differenza
di altri, infatti, egli tendeva a coinvolgere Dio in tutte le cose.
Diremo meglio: riteneva che tutta la storia, incluse le vicende minute
cui egli stesso e i suoi prossimi partecipavano in piena
libertà, fosse storia sacra".
Nel
lavoro di ogni giorno di ogni persona che vive la fede, c'è
come un riflesso naturale di quello che lo Spirito Santo opera
costantemente: sta a noi scegliere, al momento giusto, ciò
che conta. Desidero ringraziare, a conclusione del mio saluto, il
professor Morra, i membri della giuria, la Compagnia delle Opere che
testimonia praticamente un cammino fatto assieme, l'abate di Bassano, e
la città di Bassano per l'ospitalità concessa,
voi tutti qui presenti, i numerosi amici di Corti (che sono qui
davanti) e tutti coloro che nel silenzio lavorano, preparano tutto
questo, pregano e ci sostengono. Professor Morra, grazie e a lei il
compito di condurre la serata.
Morra
- Un ringraziamento a tutte le autorità intervenute, delle
quali in modo particolare il sindaco di questa città, cui
è intitolato il premio, dovrebbe portarci una parola di
saluto.
Bazzotto
- Autorità, signor presidente e membri della giuria, signore
e signori, a nome della città di Bassano del Grappa porgo il
più caloroso benvenuto a tutti voi. Siamo qui stasera per
assistere alla cerimonia di consegna del Premio Internazionale Medaglia
d'Oro al merito della Cultura Cattolica, giunto alla sua diciottesima
edizione. E' questo un premio che anno dopo anno viene assegnato a
personalità che nel quotidiano improntano la propria vita
sui profondi valori della cristianità; valori che
costituiscono le radici stesse della nostra terra, della nostra
cultura, della nostra gente. Voglio qui ricordare come proprio in
questo anno giubilare, i valori cristiani ci sono stati di guida e
propulsione per una serie di iniziative culminate nella collocazione
della statua della Madonna di Fatima sul monte Caina. E per riaffermare
ancora una volta la validità e l'importanza del messaggio
cristiano renderemo omaggio ad uno scrittore, Eugenio Corti, che da
sempre di questo messaggio è autorevole ambasciatore. Anche
per l'edizione duemila del premio, così come per le
precedenti, il lavoro della giuria è stato attento e
meticoloso, e non poteva non concludersi con l'assegnazione ad una
personalità che con le sue opere rifulge nel panorama della
letteratura italiana contemporanea.
Tutti
i suoi scritti sono testimonianza del modus vivendi e del modus
operandi dell'uomo Eugenio Corti. Una vita impostata sulla fede
profonda, sull'onestà intellettuale, scevra da ogni
preconcetto, una limpida visione dell'essenza dell'uomo, con i suoi
tanti pregi e difetti. Il contenuto della motivazione dell'assegnazione
del premio delinea chiaramente i contorni dello scrittore; io non posso
che serbare gelosamente ciò che, soprattutto con il suo
capolavoro Il cavallo rosso, lo scrittore trasmette al lettore:
un'armonica miscela di sentimenti e di sensazioni che portano, pagina
dopo pagina, a scavare nel profondo del proprio io. Ma voglio anche
porre l'accento su ciò che spesso ricorre negli scritti di
Corti e che ne costituisce in parte spunto e riflessione: il periodo
vissuto in armi. E proprio qui a Bassano del Grappa, per antonomasia
città degli alpini, la città del ponte coperto
eletto a loro simbolo, assume un particolare significato la consegna
del premio ad un uomo che ha avuto l'onore di portare la penna sul
cappello.
Certamente
non è un caso il parallelismo che sorge spontaneo, proporre
tra i profondi contenuti delle opere di Corti e ciò che da
sempre anima il corpo degli alpini: lo spirito di sacrificio e di
servizio, di abnegazione, di umanità e di onestà,
di rettitudine morale che si ritrovano a profusione nelle pagine di
Corti. Sono perciò doppiamente orgoglioso di rappresentare
qui stasera la città di Bassano del Grappa, orgoglioso di
presenziare la cerimonia di consegna del prestigioso premio al merito
della Cultura Cattolica ad uno scrittore di chiara fama come Eugenio
Corti ed orgoglioso anche del fatto che la nostra città,
terra di alpini, veda premiato un uomo che nel glorioso corpo ha
trascorso parte della propria esistenza, vivendone anche i momenti
più drammatici.
Sono
certo che i messaggi che Eugenio Corti ci ha sinora trasmesso e ci
trasmetterà con i suoi scritti continueranno a essere per
tutti noi motivo di riflessione sulla condizione dell'uomo e stimolo
costante per un agire quotidiano ispirato ai valori della
cristianità. Infine, a tutti i membri della giuria, agli
illustri convenuti e agli organizzatori della serata va il
più sincero ringraziamento.
Morra
- Grazie signor sindaco di questa città, che è
così integrata, insostituibile e caratterizzante della
regione veneto, che appare naturale passare la parola al rappresentante
della Giunta regionale veneta, l'assessore Grazie.
Grazie
- E' con emozione e anche con tanta gioia che stasera posso portare i
saluti della Regione Veneto e del presidente della Giunta regionale
Giancarlo Galan. Li porto nella mia città e li porto
soprattutto agli amici del Comune dei Giovani, alla scuola di Cultura
Cattolica; e quando dico amici, sono amici veri. E quindi l'emozione
chiaramente aumenta; stasera ci ritroviamo per un premio importante, un
premio che segna anche una tradizione di questa città;
è un premio che diventa maggiorenne.
Non
è giustamente un premio solamente della città di
Bassano, credo sia il premio di una tradizione riconosciuta da tutto il
popolo veneto e credo che stasera si premi, accennava prima Giovanni
Meneghetti, la ricerca della verità, quella che troppo
spesso, soprattutto in questa epoca, sembra svanire e sembra sparire.
Io non ho, con sincerità, avuto occasione di leggere i libri
di Corti; ma credo che faccia bene, soprattutto alle giovani
generazioni, ritornare ai ricordi di quelle verità, che
fanno ritornare sicuramente a quell'idea dell'uomo che forse
è cambiata; ci devono far pensare, ci devono far riflettere.
Allora credo che occasioni come queste siano anche occasioni di
riflessione, non solo di festa, di gioia e di premiazione; sono anche
la possibilità di ragionare appunto sulla nostra essenza, di
ragionare sulle nostre tradizioni, sulla nostra cultura, sulla cultura
cattolica che in questo territorio, in questa regione sicuramente
esiste ancora ed è giusto che si esprima liberamente.
Grazie.
Morra
- Devo appellarmi alla pazienza di tutti gli intervenuti
perché il numero di telegrammi, di messaggi, di lettere
arrivato è stato veramente imponente. Allora io con le
forbici ho tagliato in numero, ho tagliato i messaggi, ma almeno i
più importanti dovrò leggerli, riservandomi poi,
caro Eugenio, di darli a te personalmente, perché tu possa
essere informato di tutti quelli che hanno voluto prendere parte a
questa grande gioia. In primo luogo il cardinale Angelo Sodano,
segretario di Stato: "Occasione conferimento in Bassano premio
assegnato ad Eugenio Corti - Sommo Pontefice rivolge benaugurante
saluto - auspica che opere intellettuali cattolici contribuiscano
tradurre perenni valori fede cristiana e impegno culturale al servizio
della Chiesa e della società civile - imparte di cuore a
vostra Eccellenza (è rivolto al vescovo di Vicenza,
monsignor Nonis, che stasera era troppo impegnato e non ha potuto
essere qui), illustre primiate, organizzatori e partecipanti alla
manifestazione implorata benedizione apostolica. [lungo applauso]
C'è poi il telegramma a nome del presidente Ciampi, che ci
viene dal suo segretario generale Gaetano Gifuni, in cui ci dice che il
"Capo dello Stato esprime i suoi sentimenti di ideale adesione alla
cerimonia e fornula fin da ora gli auguri più fervidi per il
suo felice svolgimento". Un amico carissimo, che io ho conosciuto
quando era ancora assai giovane, e che è presidente della
finitima Regione Lombardia, cioè Roberto Formigoni, ha
mandato una lunga lettera che io sono esentato a leggere
perché abbiamo la fortuna di avere qui un assessore della
Giunta lombarda che prego di venire qui a dirci due parole…
a nome di Roberto Formigoni e ovviamente suo personale.
Raimondi
- La ringrazio anche per il benaugurante "assessore", sono un
consigliere regionale di maggioranza, mi chiamo Marcello Raimondi. Il
presidente Formigoni mi ha ingiunto di leggere una parte della lettera
che ha mandato per sottolineare la sua adesione a questa
manifestazione. (Formigoni letto da Raimondi) - "Con
viva gioia - dice Formigoni - ho appreso che il premio annualmente
conferito dalla prestigiosa giuria da lei presieduta è stato
assegnato per l'anno duemila allo scrittore Eugenio Corti. Il
riconoscimento che iscrive il nome di Corti nell'albo d'oro del premio,
accanto a quelli di Augusto del Noce, Segio Cotta, Joseph Ratzinger,
Giacomo Biffi, Vittorio Messori. Luigi Giussani, Irina Alberti e
Michael Novak viene a consacrare la fama di un personaggio che il
pubblico e la critica hanno applaudito non solo come scrittore ma anche
come testimone del suo tempo. I romanzi di Eugenio Corti, a cominciare
dal celeberrimo Il cavallo rosso, sono infatti l'epopea di un popolo
che ha fatto della laboriosità, del coraggio, della
fedeltà ai valori umani e cristiani, umani perché
cristiani, la propria cifra in un'epoca in cui le contrapposte
ideologie - marxismo, fascismo, nazismo - hanno seminato morte e
distruzione. E' un messaggio di speranza, quello che promana dalle
pagine di Corti, un messaggio che non sottovaluta le
difficoltà, gli errori e gli inciampi, ma che indomito crede
nel riscatto dei popoli quando al centro dell'azione sociale, culturale
e politica viene messo l'uomo. Se è concesso un riferimento
personale - dice Formigoni - affermo che la premiazione di Corti mi
rallegra particolarmente perché da tempo sono lettore delle
sue opere e inoltre, come presidente della Regione Lombardia, sono
orgoglioso che lo scrittore abbia saputo ambientare le gesta dei suoi
personaggi in una Brianza che nel cuore della Lombardia ha tuttora
valori imperituri da proporre all'Europa e al mondo. Voglio porgere al
premiato i miei più fervidi rallegramenti; e a lei
presidente e agli illustri membri della giuria, alle
autorità e al pubblico accorso a festeggiare Eugenio Corti
va il mio saluto più cordiale".
Morra
- Grazie per questa presenza e mi scuso per il lapsus ma - direbbe
Freud - era un augurio. Abbiamo ancora una lettera del cardinale
Ratzinger, il quale desidera porgere all'illustre premiato le sue
più vive congratulazioni, e l'espressione della sua
riconoscenza per il prezioso contributo intellettuale alla fede e alla
cultura cristiana. Abbiamo ancora il cardinale Lustiger, arcivescovo di
Parigi, abbiamo ancora il cardinale Schonborn, arcivescovo di Vienna,
abbiamo ancora il cardinale Martini, arcivescovo di Milano, abbiamo il
cardinal Biffi, arcivescovo di Bologna, che esprime il suo personale
plauso per la felice scelta, abbiamo ancora il cardinale Tomko,
prefetto della Congregazione per la Evangelizzazione, e il cardinale
Stafford del Pontificio Concilio per i laici e così pure il
suo segretario Stanislao Rylko; abbiamo ancora Angelo Scola, rettore
della Pontificia Università Lateranense, abbiamo il vescovo
di Cremona, il quale conosce personalmente Eugenio e infatti scrive:
(Nicolini letto da Morra) "Al suo apparire nelle
librerie di Roma lessi e tornai a rileggere - [Morra] e non
è facile leggere due volte… i vescovi in
ciò sono virili - Il cavallo rosso, avendo subito
l'impressione di trovarmi in mano un autentico capolavoro. Ne fui
conquistato, e spontaneamente osai stendere una recensione, pur non
avendo il privilegio di conoscere l'autore, col quale ebbi in seguito
contatti epistolari e quindi la fortuna di apprezzare altre sue
pregevoli opere". Abbiamo ancora il presidente del movimento per la
vita, Carlo Casini, e il professor Luigi Negri di Comunione e
Liberazione, il quale scrive:
(Negri
letto da Morra) "Per moltissimi di noi, giovanissimi, giovani e adulti,
Eugenio Corti è stato un grande maestro di fede e cultura,
perché in lui la fede della nostra storia, dei nostri campi,
dei nostri contadini, dei nostri operai, delle nostre parrocchie
è diventata arte e così è diventata
messaggio universale". Infine, ultima ma significativa, ultima
perché arrivata pochi minuti fa, una lettera di Luigi
Giussani, il quale scrive:
(Giussani
letto da Morra) "Partecipo anch'io alla festa per il premio a Eugenio
Corti; in lui la fede cattolica trasmessa dalla tradizione ha maturato
una umanità che, nella passione per il vero, ha saputo
impegnarsi per il destino dei fratelli uomini, le cui vicende descrive
con tratti commoventi in tante sue opere, a cominciare da Il cavallo
rosso, uno dei documenti più belli e drammatici del nostro
tempo. Corti, proprio per la certezza che Cristo è diventato
nella sua vita, non si è mai tirato indietro, anche a costo
di risultare sgradito al mondo dell'ideologia, con il quale egli non ha
mai mancato di paragonarsi con coraggio, svelandone la profonda,
irragionevole parzialità, sempre fonte di ingiustizie e di
intolleranza". Anche Giussani ha avuto il premio di cultura cattolica,
conosce la scuola di cultura cattolica, ed è bello che
questa lettera finisca in nome di questo grande sacerdote, don Didimo,
che vogliamo ricordare stasera, perché c'è sempre
un'origine di tutto, e come da Giussani è uscito questo
grande movimento che conosciamo, così da don Didimo
è uscita questa altrettanto grande scuola cattolica. Scrive
Giussani:
(Giussani letto da Morra) "Possa questo premio di
Bassano ricompensarlo dei tanti sacrifici sopportati, delle
estraneità patite per la verità e quindi per la
Chiesa, che egli dimostra di amare più di se stesso. Don
Didimo, dal cielo, benedica questo momento che i suoi figli hanno
voluto, segno grande per me della sua paternità che continua
nel tempo e ci commuove". [lungo applauso] E' poi arrivato dalla
città di Belluno non un piccione viaggiatore ma una persona
in carne ed ossa che desidera fare un omaggio a Eugenio Corti. Prego,
dottor Glori.
Glori
- Eugenio Corti venne a Belluno quasi un anno fa; fu una serata un po'
tormentata. Non finì come ci eravamo ripromessi, dandogli
anche quegli omaggi che ritenevamo opportuni. Approfittiamo di questa
lieta occasione per fare quello che non ci fu possibile fare in quella
sfortunata serata; e auguriamo a Eugenio Corti di ripetersi ancora con
altri libri, e che non ci lasci "allo scoperto" senza altre sue opere.
La ringrazio, professore e vorrei darle questo libro sulla cattedrale
di Belluno, che è uscito lo scorso anno e che ci fu impedito
appunto di darle; e un libro che viene dalla Bolivia, è
sulle Missiones Gesuiticas e doveva coronare la presentazione del suo
libro di quella sera a Belluno, "La terra dell'indio". Noi la
ringraziamo di vero cuore.
Morra
- E' nelle consuetudini del premio che il premiato
risponda a delle domande che qualcuno gli rivolge. In questo caso, e le
siamo molto grati, l'intervista a Corti viene effettuata dalla
giornalista Paola Scaglione; prego Eugenio di venire qui.
Scaglione
- Il premio di oggi è il riconoscimento del mondo cattolico
per il tuo impegno nell'ambito della cultura; è un
riconoscimento che si pone assieme e accanto all'accoglienza entusiasta
e sempre crescente che i lettori hanno tributato alle tue opere. Questo
premio attesta la gratitudine e la stima del mondo cattolico per la
fedeltà con cui nel corso di tutta la tua vita hai seguito
la tua specifica vocazione di scrittore. Una tappa importante di questa
vocazione è sicuramente segnata dalla ritirata di Russia. E'
da un momento di quell'esperienza che vogliamo partire, dalla notte di
Natale del '42. Da alcuni giorni era cominciato il ripiegamento delle
truppe del trentacinquesimo corpo d'armata italiano sul fronte del Don,
che si era ritrovato accerchiato dall'esercito russo. Il tenente
d'artiglieria Eugenio Corti, ventidue anni ancora da compiere,
combatteva contro il gelo e contro la morte che da ogni parte
opprimevano lui e i suoi compagni. Tutta la vicenda è
narrata da te in presa diretta nelle pagine drammatiche e umanissima
del diario I più non ritornano. Riguardo quel momento hai
scritto qui: "Feci alla Madonna una promessa, che avrebbe informato
tutta la mia vita futura, se mi avesse concesso di tornare a casa. Ed
è anche per mantenere quella promessa che ora scrivo". In
quell'inferno di neve, insomma, si afferma chiara una vocazione
affidata al volto della Madre di Dio: di che cosa si tratta?
Corti
- Per cominciare, devo ringraziare tutti coloro che hanno dato
testimonianza e tutti voi che siete venuti a partecipare a questo
incontro. Non ho parole adatte per ringraziare, mi sento interiormente
rosso per la vergogna, perché non sono degno di tutto quello
che è stato detto.
Comunque,
ringrazio tutti. La promessa fatta alla Madonna ad Arbusov, la valle
della morte, è stata questa: se riesco ad uscirne (c'era
poca speranza di uscirne, tanto che i diari che conservavo come unica
cosa della mia esperienza al fronte, li avevo distrutti) mi
darò da fare e impegnerò la mia vita per quel
versetto del Padre Nostro: "Venga il Tuo Regno", con la erre maiuscola.
La situazione era estremamente drammatica, anche per la ferocia con cui
i due contendenti principali si combattevano, i tedeschi da una parte,
i russi dall'altra; forse sarebbe più giusto dire i nazisti
da una parte, i comunisti dall'altra. Era una ferocia proprio inaudita,
non sperimentata altrove, io credo, al di fuori dell'ambito russo.
Quella promessa, "venga il Tuo Regno", la vedevo al momento come un
cercare di darsi da fare perché fra gli uomini non ci fosse
più quella ferocia, quantomeno come un cercare di andare
contro questa ferocia che talvolta compare tra gli uomini,
perché ci fosse, se possibile, qualcosa di più
vicino all'amore evangelico, se non l'amore tra gli uomini, almeno la
sopportazione. Quindi volevo darmi da fare, questa era la mia
intenzione in partenza, per l'amore tra gli uomini; poi mi sono
accorto, soprattutto in seguito all'esperienza di alcuni miei fratelli
che si sono fatti in vario modo missionari, che io non ero adatto a
operare in quel campo. Assolutamente non ero adatto.
Ho
riflettuto bene e ho detto: in fin dei conti fa parte del Regno di Dio,
con la erre maiuscola, non solo l'amore ma anche la Verità e
la Grazia. Per la Grazia… io non sono sacerdote e non sarei
stato sacerdote, non ero particolarmente adatto, ma per la
Verità sì; e ho deciso di impegnarmi per la
Verità, questo è stato il mio impegno. E ho
cercato di mantenerlo, in modo inadeguato (come tutte le cose che
facciamo noi uomini), ma dandomi veramente da fare…
combattere per la Verità. Devo dire una cosa; quando siamo
usciti dall'accerchiamento (siamo stati accerchiati quasi un mese)
eravamo ridotti, da trentamila che eravamo partiti dal Don, a
quattromila, la maggior parte conciati, mutilati, feriti, congelati. Io
avevo avuto la sensazione che ci sarei rimasto in quell'ultimo giorno
dell'uscita… ero scampato miracolosamente fino ad allora;
viceversa non ci sono rimasto, sono rimasto vivo e ho potuto uscire
dall'accerchiamento. Allora, ho avuto chiara questa percezione: invece
di rimanere lì come ne avevamo visti tanti e tanti,
mucchietti di carne congelata e di divise che diventavano subito
stracci coperti di brina e di neve, invece di trovarmi ridotto in quel
modo, in cui tanti miei compagni si erano ritrovati, io ricevevo la
vita, tutta la vita in premio.
Stavo
già ricevendo il premio per il mio impegno di darmi da fare
per il Regno, perché mi veniva data tutta la vita. Ed
è quello che poi è successo, perché
è stata una vita abbastanza lunga, sono vicino a compiere
gli ottanta anni, ed è stata una vita piena di grandi cose,
come può essere la vita dell'uomo quando si svolge con
pienezza. Ho incontrato l'amore, che è un dono straordinario
di Dio all'uomo; ho incontrato tante e tante cose, per esempio stasera
sto incontrando questa festa; un'altra cosa che ho incontrato - per me
è una delle cose più importanti - è la
soddisfazione della pagina riuscita durante la stesura dei miei libri;
si percepisce una grande soddisfazione. Tutto questo mi è
stato dato. Io sapevo che mettendomi a scrivere in base ad
un'impostazione cristiana e rigorosamente cristiana avrei avuto contro
tutto il mondo della cultura dominante. Però questa
emarginazione che ogni tanto si ripete, per quelli che scrivono come
me, e che nei miei riguardi è stata bella massiccia, questa
emarginazione non mi tocca; perché ad altri può
importare che il loro lavoro venga riconosciuto ufficialmente, ma per
me non ha più importanza dal momento che io ho
già avuto il mio premio ed ho avuto come premio la vita
intera. Quindi Domineddio è stato straordinariamente
generoso con me, dandomi la vita da vivere, ed una vita così
completa. Questo è il punto di arrivo ad oggi di questa
promessa alla Madonna nella notte che precedeva il Natale del 1942.
Scaglione
- Tutti i tuoi testi narrativi sono tratteggiati in rigoroso e secco
realismo. Non temi la rappresentazione del male, mai; eppure le tue
opere sono cariche di serena misericordia, di una inesauribile
capacità di vedere e di rappresentare il bene; il sigillo
della tua arte è quello di una grande speranza; la tua
narrazione vibra dello splendore della bellezza e del fascino della
verità. E' per questo che moltissimi lettori ti scrivono,
vogliono incontrarti e testimoniano che hai orientato la loro vita al
bene, con gratitudine. Qual è il cuore di ciò che
comunichi e che ti rende maestro per tanti di noi?
Corti
- Quando ho cominciato a scrivere, il mio primo lavoro, pubblicato nel
'47, due anni dopo la fine della guerra, è stato I
più non ritornano, che è già stato
ricordato anche qui. Era una testimonianza… è una
testimonianza, perché grazie a Dio continua ad uscire.
è uno dei pochissimi libri sulla ritirata e sulla guerra in
Russia che continuano a uscire; era una documentazione rigorosa di
quello che avevamo passato noi del corpo italiano in Russia. Ci eravamo
trovati in una situazione di una drammaticità unica; per
esempio noi del trentacinquesimo corpo d'armata siamo stati accerchiati
in riva al Don con temperature che erano - quando andava bene - intorno
ai dieci, venti gradi sottozero; durante i giorni successivi abbiamo
avuto temperature molto più basse, fino ad arrivare una
notte a quarantasette sottozero.
Eravamo
quindi costretti a marciare con quelle temperature. Partiti senza
benzina, avevamo dovuto abbandonare tutte le armi pesanti e dovevamo
aprirci continuamente la strada con le armi minori, le armi leggere,
portatili, continui combattimenti che molto spesso erano combattimenti
all'arma bianca tragici, estremamente tragici. Non c'era più
da mangiare, si riusciva a mangiare quando si riusciva a trovare nelle
isbe dei russi delle patate, più che altro, del grano, del
frumento, in qualche sacco; ci si riempiva la tasche e si mangiava
questo grano un po' alla volta. E si doveva dormire - questo
è uno degli aspetti più tragici - sulla neve e
sul ghiaccio con temperature di venti, trenta sottozero, per cui molti
non superavano la notte. Era una situazione di una
drammaticità tale… Poi c'era l'odio dei nemici,
non tanto contro di noi italiani ma contro i tedeschi che erano con
noi, c'era anche una divisione tedesca insieme alle nostre due
divisioni italiane, e tra gli uni e gli altri c'erano episodi
così selvaggi, così terribili che non ci si
riusciva a spiegare come mai l'uomo potesse arrivare ad una situazione
del genere; e noi, bene o male, eravamo coinvolti in questa
realtà.
Quindi
gli italiani avevano vissuto, per circa un mese, al limite estremo
delle risorse umane; era quel documento che io dovevo tramandare con il
mio libro sulla ritirata, il ponte estremo a cui può
arrivare l'uomo, tagliando via rigorosamente tutto quello che non
riguardava questo aspetto Naturalmente, poiché io pensavo di
far lo scrittore fino da ragazzino, mi ero creato una mia poetica che
pian piano ho sviluppato, ho montato e costruito meglio con il tempo;
ma quando ho scritto il primo libro mi sono detto: tutte queste risorse
dell'arte, via, da parte, niente. Non solo, ma se per esempio nel
riferire un fatto non mi ricordavo un qualche particolare, via, quel
fatto si fermava e non andava avanti; se un pensiero lo ricordavo solo
in parte, scrivevo solo la parte che ricordavo e non il resto. Quindi
per lo scrupolo per la verità, che era assoluto, ritenevo di
aver rinunciato alle possibilità dell'arte e che quindi quel
libro non avesse valore artistico, letterario. E invece, quando
è uscito, con mia meraviglia, è stato accolto
come un'opera anche di valore letterario, soprattutto da quel mio
grande maestro - ed è diventato maestro da allora - che era
Mario Apollonio (mi piace ricordarlo qui, mi fa piacere ricordarlo),
che era docente di letteratura italiana all'università
Cattolica di Milano e che era allora uno dei maggiori critici letterari
italiani. Disse: questo libro sembra un libro di cronaca,
così greve e tetra da diventare selvaggia, ma non si ferma
ad essere cronaca; questo libro diventa in conclusione un romanzo,
poema, dramma, storia, vi è tutto dentro.
Da
cosa è venuto questo fatto? E' stata una sorpresa anche per
me. E' venuto dallo scrupolo per la verità; allora in tutte
le mie opere successive non mi sono più allontanato dalla
verità per questa ragione, per questo effetto che avevo
avuto nel mio primo libro. Non ho tempo per dilungarmi, purtroppo, mi
hanno giustamente raccomandato di cercare di essere breve e
già sto non essendolo. Comunque adesso cerco di stringere.
Paola Scaglione mi chiede cosa avvince i lettori, perché
tanti giovani vengono a trovarmi… è un continuo:
quasi non c'è settimana senza che la sera arrivino gruppi di
ragazzi, in genere studenti delle diverse università di
Milano; a volte sono due o tre, a volte anche dodici o quindici, per
parlare dei miei libri e per parlare della filosofia della storia oggi,
di cosa c'è di spiegabile nella realtà di oggi.
Questo
viene dal fatto che oltre alla verità, nelle mie opere io mi
sono rigorosamente stretto a un altro aspetto, che è quello
della bellezza; vedo quindi le mie opere come un arco romano, che
è una costruzione abbastanza bizzarra, se vogliamo, due
pilastri che si congiungono in alto attraverso l'arco; i due pilastri
sono la verità e la bellezza. Dovrei spiegare in che modo mi
attengo io alla verità, ma temo proprio che non ci sia il
tempo. Il lettore sente questo aspetto della bellezza presente
nell'opera; lo sente, ne viene in qualche modo incantato…
per me il romanzo è l'antico poema trasferito nella
modernità, quindi con l'abolizione della rima, con
l'abolizione di tanti arcaismi eccetera, ma conserva l'aspetto
dell'antico poema, "Cantami o diva del pelide Achille l'ira
funesta…", "L'armi e l'uom canta…", "Arma
virumque cano…" e poi arriva fino a Dante, addirittura i
capitoli della sua opera si chiamano canti; si arriva poi al 1500, con
Tasso e Ariosto, sempre il canto. Ho voluto conservare questo aspetto
in un modo che non posso rendere adesso (sarebbe troppo lungo), mi pare
che sia rimasto, e allora accade che chi legge a un certo punto resta
in-cantato, preso dal canto (almeno, io spero… è
successo tante volte e spero continui ad essere così, con
l'aiuto di Dio), resta affascinato dalla lettura, la filosofia e la
profondità che vi è dentro viene assorbita e alla
fine questi giovani vogliono discuterla con me, portarla avanti,
svilupparla. Questo è il motivo per cui vengono
continuamente a trovarmi, e di questo fatto io ringrazio in particolar
modo il Signore.
Scaglione
- La nostra è un'epoca di falsa tolleranza, nella quale
forse lascerebbero qualche spazio anche a noi cristiani, se solo
fossimo disposti a trascurare almeno qualche volta il fatto che la
resurrezione di Cristo cambia la vita dell'uomo e il corso della
storia. Se solo cioè non pretendessimo di dover essere il
sale della terra. In questo contesto invece i tuoi scritti testimoniano
una saldezza di giudizio ormai rara, che non lascia tranquillo il
lettore, lo avvince, lo coinvolge in un compito comune. Nelle pagine
conclusive de Il cavallo rosso c'è un'annotazione che
segnala quale è la funzione che affidi al tuo scrivere; dici
che la tua testimonianza è per dopo il diluvio, per quelli
che domani dovranno pur accingersi a ricostruire. Qual è
allora, nell'attuale situazione del mondo cattolico, il compito di noi
che dobbiamo, o meglio, di noi che vogliamo accingerci a ricostruire?
Corti
- Io vedo la realtà del mondo cattolico in funzione della
filosofia della storia di sant'Agostino, meglio sarebbe dire del
filosofo Agostino. Di tutte le filosofie della storia, di tutte le
concezioni della storia la sua mi pare essere l'unica veramente
fondata, l'unica alla prova dei fatti, l'esperienza storica. E' la
concezione delle due città: la storia dell'uomo, dice
Agostino - da quando l'uomo è comparso sulla terra, e
sarà così fino a che abiterà la terra
- è costituita da un'alternanza, da una sovrapposizione di
due città, lui dice, di due concezioni della
società, una terrena, l'altra terrestre.
C'è
questa continua sovrapposizione: noi lo abbiamo visto, e nel corso
della mia vita io ho avuto modo di vedere bene un tentativo di
affermazione fortissimo di città terrena, con la spinta
delle due ideologie nazista e comunista; ho visto poi l'affermazione
della società celeste, la società cristiana,
quando l'Europa è stata tanto terrorizzata dagli scontri che
la avevano ridotta in macerie, da affidare la ricostruzione a uomini
politici d'impostazione cristiana. E' stato un momento di alcuni anni
di città celeste. Poi è tornata avanti la
città terrena, ed è la situazione che stiamo
vivendo oggi. Non posso soffermarmi a dire quali siano le sue
caratteristiche, ma non sono caratteristiche sostanzialmente allegre,
presentano inconvenienti terribili come quello dell'omicidio prodotto
dalla società. I nazisti, lo sappiamo, uccidevano per odio
razziale, i comunisti uccidevano per odio di classe, oggi ci sono
ancora uccisioni su scala di milioni come allora, e sono un prodotto
della società: sono le uccisioni dell'aborto, oltre a quelle
per la droga; quelle per droga sono ancora più tipiche per
la nostra società, ma sono limitate; quelle per aborto sono
di milioni all'anno, come quelle di nazisti e comunisti. C'è
quindi questa realtà intorno a noi; e c'è poi la
realtà del mondo cristiano.
Nel
mondo cristiano si sono sviluppati diversi inconvenienti; io ho scritto
un libro, Il fumo nel tempio, che avrebbe voluto avere un altro titolo
e avrebbe voluto avere materia parzialmente diversa. Volevo
cioè rappresentare la realtà cattolica, la
concezione cattolica della realtà e della
società, come fonte di speranza per tutti, per noi che
crediamo ma anche per gli altri. Ho invece dovuto vedere che nel mondo
cattolico sono accaduti inconvenienti molto grossi; e ho dovuto parlare
per notevole parte del libro di questi inconvenienti. Se oggi prevale
la città terrena e non la città celeste, non
è solo perché i sostenitori della
città terrena (coloro che sono contrari all'impostazione
cristiana) sono stati più bravi; lo scontro c'è
sempre stato, come insegna Agostino, ma loro hanno fatto quello che
hanno sempre fatto, e lo hanno forse fatto con maggiore efficacia nel
nostro secolo. Noi cattolici invece abbiamo fatto delle grosse
sciocchezze e in quel libro c'è la mia analisi di queste
grosse sciocchezze.
Questa
è la situazione; non mi fermo ad analizzarla, vi rendete ben
conto che non è possibile, bisognerebbe tracciare dei grandi
quadri; ma questa situazione non è destinata a durare: la
radice dalla quale sono partiti il nazismo e il comunismo è
la stessa radice di quel laicismo che oggi è dominante, che,
come ha portato a suo tempo al fallimento di nazismo e comunismo,
porterà al fallimento anche di questa impostazione; ce ne
sono già i segni. Ci sono poi i segni di ripresa nostri, che
sono diversi: io mi soffermo su uno solo di essi, quello dei movimenti.
Alcuni movimenti cristiani che veramente danno l'impressione di un
qualche cosa di "voluto da Dio", presente nella storia; per questi
movimenti i cristiani stanno rimettendosi in moto per iniziare il
recupero. Comunque Agostino è un filosofo di mille
cinquecento anni fa, del quarto secolo: ha visto con una chiarezza
sbalorditiva quello che sarebbe accaduto nel nostro secolo, oltre che
nei secoli passati; ma soprattutto quello che è successo nel
nostro secolo. Non sbaglia, la sua visione della storia è
centrata e di questa visione fa parte appunto l'alternanza continua
delle due città; l'uomo è sulla terra non a caso
ma secondo un disegno divino, e appunto secondo questo disegno
c'è questa alternanza, che potremmo ridurre al suo elemento
più basilare, del bene sul male e poi del male sul bene e
così via. Verrà quindi di nuovo il momento della
città celeste; e noi dobbiamo sperare.
Scaglione
- L'ultima domanda che facciamo - telegraficamente; il momento attuale
della produzione letteraria di Eugenio Corti è segnata da un
gruppo di opere che sono definite "racconti per immagini",
caratterizzate da una scrittura che evoca non più solo con
le parole ma anche con le immagini. Che cosa significa questo nel
percorso di un autore completamente classico?
Corti
- Allora, delle mie opere - che fortunatamente continuano a essere
pubblicate, a tenere il campo - tre sono di narrativa: il primo libro
è I più non ritornano, storia della ritirata di
Russia, il secondo è Gli ultimi soldati del re, che racconta
la storia dell'esercito regolare italiano (CIL, Corpo Italiano di
Liberazione, che è stato qualcosa di molto importante, poi
misconosciuto completamente) che ha combattuto contro i tedeschi a
fianco degli alleati, e c'è poi Il cavallo rosso, che cerca
di rendere tutta la storia delle generazioni centrali del nostro
secolo, in conclusione la storia dell'uomo nel nostro secolo.
Ci
sono poi due saggi, uno è Processo e morte di Stalin, che
è una tragedia nella quale però si fa l'analisi
rigorosa di come fosse impossibile costruire la società
comunista; lo ho pubblicato nel 1962, quando il comunismo era in vigore
più che mai. Non è stato capito in Italia, ma
è stato tradotto da esuli russi che lo hanno diffuso anche
in Russia attraverso il samizdat; in seguito i polacchi hanno visto i
russi e lo hanno tradotto anche loro. Io vedevo nel comunismo,
più ancora che in qualsiasi altra realtà, il
pericolo maggiore per la civiltà e per l'uomo nel nostro
secolo; più ancora che nel nazismo, per questo fatto: il
nazismo era molto più moderno, molto più
efficiente, però non era universale come è
universale il comunismo. Quindi il nazismo era meno pericoloso, e
comunque il nazismo era finito e il comunismo era più che
mai in avanzata e bisognava fronteggiare quello. L'altro mio testo di
saggistica è stato appunto Il fumo nel tempio, da una frase
di papa Paolo VI: "Speravamo che dopo il Concilio venisse una giornata
di sereno, di sole per la Chiesa e invece è venuta una
giornata di buio e di nebbie". Nel libro c'è questa analisi:
l'ambito della nostra speranza, della mia speranza, il cristianesimo
attuato nel mondo cattolico, che però aveva i suoi problemi
e le sue crisi.
Arrivato
a questo punto, io dovevo trattare alcuni altri argomenti secondo me
importanti nel nostro secolo, e ho deciso di non trattarli
più con opere di narrativa, ma con i cosidetti "racconti per
immagini", cioè con libri che, pur essendo nati per essere
letti, con l'attrattiva e la forza dei libri, fossero anche disponibili
a essere trasformati subito in rappresentazioni cinematografiche,
pensavo alla televisione e ai suoi attuali sviluppi, pensavo al
computer… Ho trattato due temi; dovevano essere tre e due li
ho già pubblicati. Uno è La terra dell'indio, che
è il racconto di quello che i gesuiti hanno fatto nel Sud
America nel 1600 e 1700; è una storia straordinariamente
bella, la caratteristica maggiore di quella storia è la
bellezza di quello che è successo, l'incantesimo di come sia
stato meraviglioso quello che hanno fatto i padri gesuiti allora. E'
una storia che è poi stata troncata dal fatto che in
occidente, presso i potenti di allora, le corti di allora (corte di
Spagna, corte di Portogallo, eccetera), l'illuminismo, che in seguito
doveva portare al comunismo e al nazismo, ha preso piede e ha portato
alla distruzione di queste comunità che i gesuiti avevano
messo in piedi tra gli indigeni del Sud America, del Paraguay in
particolare. Perché ho scritto questo libro?
Perché secondo me c'è un problema di cui noi
cattolici dobbiamo renderci conto; che cioè ci sono delle
popolazioni assolutamente marginali in tutto il corso della storia
dell'uomo, praticamente le popolazioni di colore, che cominciano adesso
ad affacciarsi alla storia, cominciano anche loro ad entrare nel ciclo
della storia.
Queste
popolazioni potrebbero chiedere a noi cristiani: ma voi cosa avete
fatto per noi fino ad ora? Io penso che i cristiani abbiano fatto tante
cose per loro: ma una cosa ve la presento nella sue interezza e
pienezza, una cosa che è bellissima. Una risposta quindi
alle domande che potrebbero farci queste genti. La seconda storia, che
è uscita a luglio, e che grazie a Dio ha già
fatto una seconda edizione che è uscita una dozzina o
quindicina di giorni fa, è la storia del Bounty (si intitola
L'isola del paradiso). Il primo La terra dell'indio, il secondo L'isola
del paradiso. Ed è in sostanza una risposta a Rousseau, una
risposta a gran parte della venatura di laicismo che attraversa il
mondo oggigiorno ed in particolare il mondo anglosassone e il mondo
americano, che è quello determinante per la cultura oggi. Il
mito del "buon selvaggio" e della vita civile allo stato di natura,
eccetera… Io sono andato a prendere la storia del Bounty e
sono rimasto sorpreso dal fatto che quando ho cominciato a studiarla,
ho visto che questo è un episodio, la ribellione di una
piccola nave della marina britannica nel 1789 (stesso anno della
rivoluzione francese), che è diventato per il mondo
anglofono un mito, un episodio storico che si è trasformato
in mito in epoca moderna. E' forse l'unico episodio storico che abbia
avuto questa sorte: e ho visto che la realtà di questo mito
non è quella che ci viene rappresentata dai film, uno dopo
l'altro, grandiosi, e da tanta stampa. Ma questi uomini che, dopo aver
preso la nave, hanno creduto di formare su un'isola deserta un paradiso
in terra con le più belle indigene del luogo, a Tahiti erano
tutte innamorate dei marinai di pelle bianca; hanno portato via queste
donne e sono andati in quest'isola sconosciuta, disabitata e hanno
messo in piedi qualcosa che all'inizio sembrava un paradiso terrestre:
era una società costruita sulla libertà assoluta
(anche qui bisognerebbe entrare nei particolari ma non si
può).
La
conclusione è stata che su quindici uomini alla fine ne sono
rimasti vivi due, gli altri si sono tutti ammazzati fra di loro, dopo
essere passati attraverso tre anni di paradiso terrestre; questo
perché la tara che accompagna l'uomo, il peccato originale,
lo accompagna sempre e anche se esce dalla società, va su
una terra sconosciuta, crea una società nuova, il peccato
originale, questa tara che colpisce la natura umana, ricompare.
Adesso
sto scrivendo, sperando che Domineddio me ne dia il tempo (io il mese
di gennaio, fra pochi mesi, compio gli ottanta anni), quindi se
Domineddio continuerà nella Sua misericordia a lasciarmi la
mente lucida, sto scrivendo un libro ambientata nella storia romana del
II secolo avanti Cristo, la storia di Catone maggiore, Catone il
censore. Io lo ricordavo dai miei studi di storia, non solo quelli
liceali ma quelli che ho cercato di fare qualche decina di anni dopo
per approfondire questa realtà importante della nostra
storia, lo ricordavo per certi aspetti che dovevano essere interessanti
e che infatti si presentano interessanti. Ma adesso, dovendo
approfondire la storia romana attraverso la lettura diretta degli
autori di allora e attraverso i testi principali che sono usciti, mi
sono reso conto che il materiale a disposizione è
straordinario, è incantevole. Cosa ha fatto Catone maggiore?
Quello che io appunto pensavo. Lui, in piena repubblica romana (II
secolo avanti Cristo), con la repubblica in grande crescita, ha visto
che entrava nel mondo romano la corruzione, portata dalla cultura
greca, che non era la grande cultura, la grande filosofia o la grande
arte che vale ancora oggi, ma la cultura greca del VI, V e IV secolo,
che nel II era completamente corrotta. Per esempio c'era la
convinzione, nei filosofi di allora, che si potesse dimostrare che ogni
cosa era nello stesso tempo vera e falsa. C'era quindi la corruzione;
tutti aspetti che Catone incontrò e che sono presenti anche
nella cultura di oggi.
Lui
affermava che la cultura greca avrebbe distrutto il mondo romano, come
poi lo ha distrutto; e noi possiamo dire che la cultura moderna ha
dentro delle venature tali che porterà alla distruzione
della cultura dell'occidente: è questo il problema da
affrontare e lo sto facendo con tutto l'impegno possibile e
immaginabile, sperando che Domineddio sorrida e accetti questo
tentativo e mi faccia arrivare fino in fondo.
Morra
- Ringrazio la dottoressa Paola Scaglione così puntuali, che
ci hanno consentito di percorrere l'itinerario di un'intera vita di
scrittore e di uomo di cultura. Però, prima di mandarla via
di qui, so che deve farti una sorpresa… sai, con le donne
non si sa mai.
Scaglione
- In questa festa ho la gioia di inserire una sorpresa che è
stata preparata per Eugenio, della quale lui non dovrebbe sapere ancora
nulla, nonostante il grande macchinamento. L'idea nasce
dall'avvicinarsi dell'ottantesimo compleanno dello scrittore; questa
sera, nonostante siamo un po' in anticipo, sembra un buon inizio per i
festeggiamenti. Ottant'anni sono una ricorrenza importante, occorreva
un regalo che rimanesse nel tempo, qualcosa che dicesse a Eugenio Corti
lo stupore e l'ammirazione per la sua coraggiosa e incrollabile
testimonianza di fede. Un dono che, in qualche modo, fosse a nome di
tutti i lettori per esprimere la gratitudine che ci si ritrova nel
cuore quando si leggono le sue opere. Soprattutto però, chi
vi parla cercava un dono che rivelasse tutta la gioia, la riconoscenza,
il senso di privilegio, un privilegio sempre immeritato che con intensa
emozione ricava dall'amicizia di Eugenio Corti. Un dono insomma capace
di testimoniare un affetto grande. Insieme a chi vi parla hanno
contribuito a dar vita a questa impresa mons. Alessandro Maggiolini,
Massimo Caprara, Cesare Cavalleri, François Livi, Antonia
Mazza Tonucci. A loro va un ringraziamento di tutto cuore.
C'è però un altro grazie che questa sera non
può non trovar spazio nelle mie parole: è per una
persona che ha accolto e condiviso dall'inizio con impegno appassionato
questo progetto. E' Flavio Ronzoni, responsabile editoriale di
Bellavite editore, che invito a consegnare il nostro omaggio al
festeggiato di questa sera. Si tratta di una raccolta di scritti in
onore di Eugenio Corti, dal titolo La trama del vero; è il
nostro grazie per un amico al quale dobbiamo veramente molto.
Corti
- Vi assicuro sul mio onore che questa è una sorpresa sul
serio: non lo sapevo…
Morra
- Una serata davvero piena di sorprese, e un'altra sorpresa
è questa: Eugenio dice "Avrò presto
ottant'anni"… c'è anche chi ne ha qualcuno di
più e, vedi caso, stasera di medaglie d'oro ne abbiamo due,
non una. Infatti prego mons. Emilio Franzoni, medaglia d'oro al merito
militare…
Franzoni
- Dico soltanto che il dottore l'altra sera mi ha detto: "Coraggio,
perché lei è nei tempi
supplementari!"… ho già compiuto gli ottantotto,
quindi, caro Eugenio, è roba da ridere… Sono
contento di consegnare questo premio bellissimo. Carissimo Eugenio,
mancano un luterano e un calvinista, questa sera: perché tu
li hai entusiasmati e li hai trascinati a rispettare la religione e
anche cattolica in una maniera esclusiva. Chissà quanti
vescovi avrebbero ambito di riuscire a captare anche l'anima dei
calvinisti e dei protestanti in genere: complimenti vivissimi. Io penso
questa sera a quei tre preti che tu hai, in qualche modo, sublimato nel
tuo Il cavallo rosso: don Gnocchi, don Turla e don Giannò.
Don Turla e don Giannò sono stati prigionieri con me: ci
sono anche loro, perché dal cielo pregano per te e
perché tu possa continuare ancora per lunghi anni a fare
quel bene che hai fatto fino ad ora. Gesù diceva: "La tua
fede ti ha salvato"… Eugenio, la tua fede ti ha ispirato, ti
ha esaltato alla penna, ti ha dato fantasia ammirabile e questa sera
questa tua fede riceve anche il riconoscimento che tutta questa
assemblea ha il piacere di conferirti.
Morra
- Desidero, prima di dare lettura della motivazione con la quale la
giuria unanime ha conferito il Premio Internazionale Medaglia d'Oro al
merito della Cultura Cattolica ad Eugenio Corti, desidero prima, come
presidente della giuria, ringraziare i giurati per tutto ciò
che hanno fatto; uno di essi, il professor Sergio Belardinelli
è assente perché ha avuto impegni nel Sud
America, delle conferenze di cultura cattolica. Ma sono qui con noi il
professor Stanislao Griegel, il professor Onorato Grassi, il dottor
Cesare Cavalleri e il dottor Vittorio Messori.
In
particolare festeggiamo Vittorio Messori per l'uscita in questi giorni
di un libro straordinario che è già in testa alle
classifiche dei saggi di questo periodo e che credo tutti noi
leggeremo, come abbiamo sempre letto tutte le cose belle che ci ha
saputo dare e che gli hanno meritato il premio per la cultura
cattolica.
La
motivazione è la seguente: "Con il suo magistero di
scrittore Eugenio Corti ha restituito alla letteratura italiana del
secondo Novecento la sua funzione ed il suo ruolo di scandaglio del
cuore umano per giungere, attraverso l'analisi e la rappresentazione di
caratteri, idee e sentimenti, alla comprensione e alla valutazione
delle vicende storiche. Il folgorante romanzo d'esordio, I
più non ritornano, pubblicato da Corti ventiseienne nel
1947, già conteneva i semi delle tematiche che avrebbero
dato maturità di frutti nel capolavoro Il cavallo rosso
(1983), affresco epico dell'Italia e dell'Europa dal 1940 al 1974.
L'esperienza della guerra, con la terribile ritirata di Russia,
è stata la scuola esistenziale in cui Corti ha appreso il
significato della vita, a contatto con il dolore, l'odio, la
generosità, l'eroismo delle situazioni estreme: narrando
vicende autobiografiche e raccogliendo testimonianze di primissima
mano, Corti ha dato voce a un'intera generazione, in un cono di luce
profetica sulla sorte dell'uomo e sul destino delle nazioni. Dopo Gli
ultimi soldati del re (1984), che descrive gli italiani impegnati a
combattere contro i tedeschi nella campagna d'Italia a fianco degli
Alleati, Corti ha elaborato un'originale forma di "racconto per
immagini": sia narrando le vicissitudini delle reducciones gesuitiche
nel Paraguay (La terra dell'indio, 1998), sia le peripezie degli
ammutinati del Bounty (L'isola del paradiso, 2000), Corti espone, in
chiavi diverse, i contraddittori tentativi di costruire una
"città terrena" che prescindano dalle reali inclinazioni
della natura umana. L'attività drammaturgia di Eugenio Corti
(la tragedia Processo e morte di Stalin, 1962-1999) e il suo impegno
saggistico (Il fumo nel tempio, 1996) fanno fede della
profondità di riflessione da cui scaturisce l'opera
narrativa di uno dei più popolari scrittori italiani. Il
conferimento del Premio Internazionale della Cultura Cattolica per
l'anno 2000, intende onorare in Eugenio Corti il testimone che, in un
panorama letterario caratterizzato da evasività di temi e da
sterili sperimentalismi linguistici, ha saputo affrontare con le
risorse dell'arte i grandi problemi dell'esistenza secondo una visione
profondamente cristiana perché profondamente umana".