L'espropriazione
della letteratura italiana & altre piacevolezze
Questa
lunga intervista su argomenti diversi, venne registrata in un unico
pomeriggio in casa di Eugenio Corti da Camillo Ravasi per I quaderni
della Brianza; è stata poi rivista da Corti.
[...]
Posso chiederle di dirmi, molto in breve, come vede
lei la situazione della cultura cattolica?
Molto ma molto in breve: sento ripetere che oggi
le pubblicazioni cattoliche costituiscono in Italia -
quanto a tiratura - appena il quindici per cento del totale.
Vedo inoltre che i cristiani sono ora divisi tra loro
(questo mi sembra l'handicap più grave).
Per quanto riguarda la letteratura, non solo cattolica,
è successo di peggio: in Italia è intervenuta
una vera e propria espropriazione della letteratura, ad
opera di personaggi della cultura dominante laicista-marxista.
Espropriazione della letteratura? Vuole spiegarsi meglio?
Ricorda, subito dopo la guerra, gli anni delle grandi
lotte per il nuovo assetto da dare alla società
italiana? I marxisti (i Comunisti, con l'appoggio
acritico dei socialisti) hanno tentato di impadronirsi
dei mezzi della 'produzione sociale': cioè
delle fabbriche, delle strutture, della terra, eccetera,
in breve di tutti i mezzi della produzione. Non ci sono
riusciti, perché nella lotta - mantenutasi grazie
a Dio in termini civili - hanno prevalso i loro avversari:
intendo i cristiani (gli unici allora in grado di tenere
davvero testa ai marxisti nelle prove elettorali) con
l'aiuto degli allora elettoralmente molto minoritari
'laici', che in quegli anni erano schierati
al pari dei cristiani contro i marxisti.
Nella
cultura però le cose sono andate meno bene che
negli altri campi, in quanto i "laici" subivano
troppo il fascino della cultura marxista (la quale in
fin dei conti procede dalla loro stessa filosofia illuminista:
semplificando potremmo addirittura dire che quella marxista
è la cultura laica al suo stadio più avanzato).
La
cultura marxista ha finito così con l'acquistare
molto presto un prestigio sproporzionato, in Italia più
ancora che nel resto dell'Occidente. Più
avanti, in un settore molto importante quale è
quello della letteratura, da noi è intervenuta
un'espropriazione vera e propria. Attraverso passi successivi,
tra cui - a mio giudizio - due particolarmente incisivi,
e cioè: primo, negli anni Cinquanta, l'avvio ad
opera dei marxisti dell'attuazione del piano di Gramsci,
che mirava al condizionamento - mediante intellettuali
"organici", cioè in sostanza integrati
al partito comunista - dei principali istituti di elaborazione
della cultura, e di diffusione della cultura e dell'informazione.
(In pratica l'avvio del condizionamento di università,
case editrici e mass media in genere).
Secondo
passo: nella prima metà degli anni Sessanta, il
passaggio della cosiddetta 'Nuova avanguardia' (che comprendeva
i più brillanti tra gli autori 'laici'; e borghesi:
fino allora, come si è detto, in lotta contro i
marxisti) su posizioni ancora più a sinistra di
quelle marxiste. Venutasi a creare una tale situazione,
sia i proprietari che i dirigenti delle maggiori case
editrici italiane di libri e di giornali (in gran parte
'laici'), invece di lottare per mantenere la letteratura
libera, hanno preferito adeguarsi. Si sono cioè
a loro volta lasciati 'integrare' nell'organizzazione
gramsciana, dopo che essa aveva ricevuto di fatto un così
importante rinforzo dai laicisti della 'Nuova avanguardia'.
Si è venuta in tal modo a creare - ad opera, in
fin dei conti, di relativamente poche persone (i direttori
e i proprietari delle maggiori case editrici e dei grandi
giornali, nonché una piccola confraternita di critici
autorevoli. con la solita collaborazione passiva dei 'cattocomunisti',
da sempre determinanti alla TV) - un'organizzazione
straordinariamente potente, che si frappone ormai in modo
sistematico tra quelli che dovrebbero essere i naturali
attori in campo letterario: cioè da un parte gli
autori delle opere (alcune migliaia), e dall'altra
i lettori (tutta la società: molti milioni): insomma
tra i produttori e i fruitori delle opere. Forse mi sto
dilungando?
No, vada avanti, la prego; non succede spesso di sentire
un discorso così controcorrente.
Gli autori marxisti e laicisti, e i molti finti tali,
sono da parecchi anni in qua regolarmente portati alle
stelle, e se le loro opere appena appena si prestano all'industria
culturale, hanno tirature da capogiro, salvo poi essere
dimenticate nel volgere di qualche anno, a motivo del
loro scarso o nullo valore reale. Gli altri autori, i
non disposti a voltare gabbana, soprattutto i migliori
e più validi, si trovano invece inesorabilmente
esclusi dal palcoscenico letterario. Esclusi cioè
dagli articoli dei maggiori giornali e delle riviste più
importanti, dai testi di storia della letteratura, dai
premi letterari di rilievo (tutti senza eccezione, questi
ultimi, in mano ai soliti, eterni critici ammanicati tra
loro e con le maggiori case editrici: ai quali poi quasi
tutti gli altri critici si ispirano) per essere à
la page, e si ispirano anche i giudici, più o meno
competenti, della miriade di premi letterari minori, compresi
quelli cristiani e in buona fede).
Com'era
inevitabile, da quando la produzione letteraria non è
più libera, cioè da un paio di decenni, essa
è scaduta abissalmente. Allo stesso modo che nella Russia
comunista, anche in Italia non viene più alla ribalta una
sola opera veramente grande. Ma proprio come non importava alla
nomenklatura di Zhdanov in Russia, così questo non importa
affatto agli attuali usurpatori della nostra repubblica delle lettere.
Voglio dire: che le grandi opere non giungano al pubblico, e se
possibile addirittura non vengano scritte, a loro va benissimo. Anzi di
alcuni grandi autori, ch'erano stati in un primo tempo anche
da loro ampiamente riconosciuti, hanno iniziata una sorta di barbrica
demolizione. Caso tipico quello di Solgenitsin: il terzo volume del suo
Arcipelago gulag, attesissimo dai lettori, per anni e anni non
è stato da Mondadori - che ne aveva acquistato i diritti -
messo a disposizione del pubblico italiano: fino a quando
l'attesa non si è estenuata: allora venne
pubblicato.
Le
successive opere di Solgenitsin - tranne qualcuna minore -
semplicemente non sono state tradotte in italiano, e adesso i critici
più zhdanoviani si danno tetragoni da fare per demolire
quest'autore, che probabilmente è il maggiore del
nostro secolo.
Mi è capitato di leggere più di un attacco
a Solgenitsin.
Le potrei citare diversi esempi analoghi. Senza allontanarci
troppo da Solgenitsin, c'è quello della rivista
Kontinent di notevole prestigio internazionale, pubblicata
a Parigi da alcuni dei maggiori autori russi del dissenso,
credenti e non credenti. Per anni l'ha tradotta e diffusa
in Italia Garzanti (era il mio editore una volta - che
malinconia!) finché gli autori russi si sono accorti
che nella versione italiana venivano accuratamente espunti
dai loro testi tutti i riferimenti cristiani: che cioè
ogni discorso cristiano veniva censurato, tagliato via.
Allora
hanno tolta la rivista a Garzanti: il risultato è che oggi i
nostri lettori non dispongono di questa importante voce (è
uno dei tanti motivi per cui in Italia siamo così
incredibilmente ignoranti della realtà dell'Est).
Non posso soffermarmi a lungo; mi limiterò ad altri due casi
ancor più clamorosi (e non meno vergognosi). Certo lei
ricorderà bene quello de Il gattopardo, ossia di
un'opera di obiettivo valore letterario, che è
stata a lungo respinta dai principali editori italiani, e tra
l'altro da un intenditore che deve averne capita tutta
l'importanza, Elio Vittorini: per anni l'opera non
è stata accettata, i funzionari delle case editrici hanno
fatto quanto potevano per soffocarla, cosicché
l'autore, Tomasi di Lampedusa, è morto senza
vederla pubblicata.
Poi,
una volta uscita, il suo valore è stato immediatamente
avvertito dalla gente comune, e la tiratura ha superato il milione di
copie. Ricorderà anche il caso delle Centomila gavette di
ghiaccio di Bedeschi, un gran bel libro anche dal punto di vista
letterario (nonostante i misconoscimenti della critica), che ha dovuto
aspettare più di dieci anni prima di trovare un editore non
'organico' (Mursia) che lo pubblicasse: una volta
pubblicato ha raggiunto la tiratura di due milioni e mezzo di copie (la
massima in questo secolo, credo), a tal punto i lettori
l'hanno gradito. Questi due casi sintomatici dimostrano
quanto gli attuali usurpatori della nostra 'repubblica delle
lettere' siano (appunto al pari degli zhdanoviani)
costituzionalmente nocivi alla cultura italiana. Ma basta.
Adesso
stanno addirittura cercando di avviare la demolizione del Manzoni,
cioè la demolizione anche della nostra grandezza passata:
lei l'avrà notato, no?
Certo ho notato gli attacchi al Manzoni. Però alcuni
dei proprietari di quegli organi di stampa e mass media
di cui lei parlava prima, non sono degli importanti industriali,
tra i maggiori italiani? Gente che a suo tempo ha difeso
con molto impegno, mi sembra, l'industria italiana dal
pericolo dell'espropriazione marxista.
Proprio così. Gli Agnelli, per esempio, azionisti
in importanti società editrici, e proprietari tra
l'altro del maggiore quotidiano torinese. Beh, questo
quotidiano, nelle sue rubriche e pagine letterarie - molto
seguite e consultate da-gli 'addetti al lavori' - è
tra i più rigidi nell'emarginazione degli autori
validi - se cristiani - dalla 'repubblica delle lettere'.
In tal modo gli Agnelli, che non soltanto a suo tempo,
ma anche adesso si danno con efficacia da fare per conservare
libera l'industria italiana, reggono in pari tempo il
sacco agli espropriatori della letteratura.
C'è
da chiedersi se si tratti di un do ut des... Ma può
anche darsi che non se ne accorgano nemmeno: può
darsi che "in tutt'altre faccende affaccendati" alle cose
della letteratura gli Agnelli siano "morti e sotterrati".
In ogni caso la realtà è questa. Le faccio
il caso di un altro quotidiano, Il giornale di Montanelli,
che per tanti anni è stato, io credo, la testata
di punta nella lotta per la libertà di stampa nel
nostro paese: beh, quello è un giornale libero
in tutto, tranne che nelle pagine letterarie.
Perché dice questo?
Perché seguo abbastanza le sue pagine culturali,
in quanto un po' meno asservite di quelle degli altri
giornali. Si avverte bene che i loro redattori - non coraggiosi
quanto il Direttore - hanno una gran paura di essere professionalmente
gambizzati dai sicari dell'onnipotente mafia letteraria
rossa: per cui fanno un discorso libero soltanto in parte.
Quanto lei dice mi sorprende.
Se può interessarla, sono passato, al riguardo,
attraverso un'esperienza personale. Egidio Sterpa, che
fa parte del gruppo direttivo del giornale, si è
interessato l'anno scorso al mio ultimo romanzo Il cavallo
rosso: ne ha scritto due volte, le faccio vedere.
(A
questo punto Corti estrae dei fogli da un contenitore) Ecco qui. Nel
suo primo pezzo Sterpa scrive: "Forse c'è una
spiegazione del silenzio che ha circondato, finora questo romanzo: la
sua ispirazione cristiana e diciamo pure la sua netta posizione
controcorrente rispetto alle mode culturali". Sterpa è un
'laico' - caspita è il vicesegretario
del partito liberale! - ma è anche un uomo libero: per
questo, come lei vede, dice quello che pensa: corre il rischio di
crearsi inimicizie, ciononostante parla.
Dunque esistono anche del laici liberi e non faziosi.
Eh. lo credo bene! Staremmo freschi, se no. Ma quelli
di loro che fanno professione di letteratura, se sono
davvero liberi, non hanno diritto di cittadinanza nella
'repubblica delle lettere'. Del resto un uomo libero tra
gli "organici" della struttura gramsciana, sarebbe una
contraddizione in termini, non le pare? Ma andiamo avanti,
ecco cosa dice Sterpa nel suo secondo articolo: "Come
ho già scritto nelle pagine letterarie de Il giornale,
Il Cavallo rosso meriterebbe maggiore attenzione da parte
dei critici di professione... È un vero peccato
che nell'olimpo delle lettere si siano accorti in pochi
di questo bel libro, a cui dovrebbe andare il rispetto
e almeno l'onore delle armi della cultura laica, visto
che fin qui neppure la cultura cattolica ha avuto il coraggio
di valorizzarlo quanto merita".
Riassumo:
Il giornale ha pubblicato i due pezzi di Sterpa, e questo non
è poco, d'accordo. Poi però non
c'è stato uno solo dei suoi critici di professione
che, accogliendo la sollecitazione, abbia osato esporsi con una vera e
propria analisi letteraria del romanzo. Concludiamo: lei mi chiedeva
all'inizio qual è la situazione della cultura
cattolica: nel contesto italiano gli autori cristiani non disposti a
fare i reggicoda, a collaborare in subordine coi laicisti, oggi non
possono praticamente farsi conoscere. (Quelli che collaborano invece
vengono premiati e amiche superpremiati, addirittura con la carica di
senatore a vita.)
Però il suo Cavallo rosso, uscito nell'83, è
già arrivato alla sesta edizione, nonché
alla terza edizione del volume ridotto per le scuole:
diciamo in totale a forse cinquantamila copie. Si tratta
dunque di un best seller, malgrado tutto.
L'espressione best seller non mi piace. Comunque
sì, a Dio piacendo, siamo arrivati a una discreta
diffusione; che anzi dovrebbe continuare (questi almeno
sono i sintomi) grazie al favore che il libro seguita
a incontrare tra i lettori, i quali se lo segnalano a
vicenda con impegno. E per questo che seguita a diffondersi.
La tiratura sarebbe stata diversa se fosse stato pubblicato
da un grande editore, e la 'repubblica delle lettere'
lo avesse accettato, diciamo lo avesse 'omologato'?
Io non voglio la loro omologazione, ma la tiratura
sarebbe stata enormemente diversa.
In che proporzione? Può darmene l'idea?
Bisognerebbe moltiplicare la tiratura decine di volte.
L'idea lei la può avere da quanto scrive Primo
Levi nel suo ultimo libro I sommersi e i salvati: dice
che della sua prima e principale opera, Se questo è
un uomo, uscita con tiratura di duemilacinquecento copie
presso un piccolo editore, dopo diversi anni ne rimanevano
invendute seicento; adottato più tardi dall'editore
Einaudi, e sostenuto da un grande battage pubblicitario,
il libro si è di colpo diffuso moltissimo, è
stato sceneggiato anche per la radio e per il teatro,
tradotto in molte lingue, eccetera.
Ad
ogni modo io non sono qui a piagnucolare: sono grato, infinitamente
grato, al Signore Iddio che mi ha consentito di scrivere un libro come
Il Cavallo rosso: questo, di averlo potuto scrivere, di non essere
stato bestialmente impedito e magari imprigionato o ucciso, come tanti
autori russi e dell'Europa orientale, è per me
l'essenziale; ed è una grazia immensa nel nostro
tempo. Sì, ogni altra cosa viene dopo. Sono inoltre grato al
mio editore e amico Cesare Cavalleri di averlo pubblicato, e di averne
gagliardamente sostenuta la diffusione negli ambienti cattolici:
intendo in quelli non miseramente succubi del marxismo e del laicismo.
Per il resto l'espropriazione della letteratura italiana non
potrà durare in eterno, non le sembra?
E' per una tale situazione che lei si è dedicato
con tanto impegno allo studio del fenomeno comunista?
No. Quell'impegno data da molto, molto prima. Il
comunismo è obiettivamente, il maggior pericolo
che la civiltà abbia corso nel nostro secolo. L'altra
ideologia ugualmente carica d'errori che, sempre nel nostro
tempo, ha tentato il predominio mondiale, il nazismo,
anche se era per certi aspetti più demoniaca e
più efficiente, non costituiva un pericolo altrettanto
grande. Perché era meno universale, e inoltre con
molto minori possibilità di presa.
Ad
indirizzarmi a studio serio del comunismo (io sono dottore in legge, ma
ho studiato molto più comunismo che legge) è
stata la mia esperienza diretta della tragica realtà russa.
L'esperienza di tale realtà è mancata
alla cultura italiana, e lo si sente pesantemente anche oggi. Prima di
partire per quel fronte nemmeno io avevo idee chiare in merito (i
fascisti erano dei superficiali: avversavano l'URSS, ma non
si sforzavano di studiarla davvero, e non ne hanno fatto conoscere che
in minima parte la realtà agli italiani, forse non ne
sospettavano neppure la tragicità: "Me ne frego" era il loro
motto: erano proprio così). Allora ero un ragazzo,
però sapevo che in Russia si stava tentando un riscatto
dell'uomo non secondo il Vangelo, ma contro Dio. Il giudizio
del mondo cattolico era, com'è naturale,
fortemente negativo e preoccupato.
C'era tra l'altro la condanna solenne di Pio XII, che
definiva il comunismo ateo "intrinsecamente perverso".
Esatto. Tuttavia non mancava qualche voce favorevole.
In particolare quella di Emmanuel Mounier (sì,
il discepolo di Maritain) e della sua rivista Esprit,
che all'Università Cattolica arrivava. Benché
io avessi qualche notizia, sia pure in confuso, di milioni
d'esseri umani massacrati, in certi momenti finivo col
rimanere perplesso. Perciò, precisamente come quel
personaggio del mio romanzo, e col suo stesso sistema,
una volta nominato sottotenente io sono riuscito a farmi
assegnare a un'unità operante al fronte russo:
volevo vedere di persona la 'società degli uomini
nuovi' comunisti, il mondo nuovo intorno al quale Stalin
aveva costruita una cortina di ferro allora quasi invalicabile.
Ho visto e sono rimasto terrorizzato per il resto della
mia vita. Non credo che uno possa fare oggi lo scrittore
- possa cioè rendere conto del mondo nel quale
si trova a vivere - se non ha sperimentata la realtà
comunista, e anche quella nazista. Per quanto riguarda
i comunisti tenga presenti quanto meno le statistiche
delle loro vittime inermi, ammazzate a fin di bene: qualcosa
di mai visto nella storia: ne parlo dettagliatamente ne
L'esperimento comunista.
Sì, conosco quel libro.
I nazisti non hanno avuto il tempo per fare altrettanti
morti, anche se erano ancora più disposti a nullificare
l'uomo (beninteso sempre con l'intendimento di portarlo
più avanti: proprio così: creda a uno che
li ha conosciuti). Ecco i due maggiori pericoli a cui
s'è trovata di fronte l'umanità nel nostro
secolo: soprattutto però a quello comunista, ripeto,
per l'universalità della dottrina che lo ispirava.
E infatti nella fossa comunista ha finito col cadere circa
un terzo degli abitanti del pianeta. Capisce perché
mi sono dedicato con tanto impegno allo studio del comunismo?
E quali i risultati pratici?
Ecco: con quali risultati pratici? A volte penso con malinconia
che se la voce di noi che abbiamo cercato di far conoscere
e di far capire questa tremenda realtà, non fosse
stata semisoffocata anche qui in Occidente dal clamore
dei mass media promarxisti, il comunismo avrebbe perduto
molti anni prima la sua tremenda presa sul mondo contemporaneo:
si sarebbero potuti evitare almeno i milioni di miseri
morti in Indocina e in Africa (oggi in Etiopia).
Io sono qui per conto della rivista I quaderni della Brianza.
Vorrei dunque interrogarla in merito alla nostra terra.
C'è ancora in Brianza, secondo lei, una lettura
cristiana della Storia?
Direi che c'è soprattutto all'interno delle famiglie.
II modo di ragionare della gente, quando è in casa
sua, rimane d'impostazione cristiana. Le famiglie cioè
sono ancora sostanzialmente 'paolotte', anche se questo
termine non viene più usato. I ragazzi crescono
così tra due opposte sollecitazioni: quella della
famiglia, che è cristiana, e quell'altra che ricevono
dai mass media - cioè, a livello popolare, soprattutto
dalla televisione - che cristiana non è. (Il primo
canale RAI vorrebbe esserlo, ma poiché sta in mano
ai cattocomunisti, in pratica fa quasi solo un discorso
di compromesso.
Aveva
perfettamente ragione Gramsci quando prevedeva che a scristianizzare il
popolo italiano avrebbero provveduto gli stessi cattolici: quelli di
loro che, pur senza considerarsi marxisti, avrebbero accettate le
obiettive e inconfutabili - secondo lui - analisi marxiste della
realtà sociale contemporanea. Sta proprio succedendo
così). Nei nostri ragazzi presto, cioè verso i
13-14 anni, prevale la spinta laicista, e sembrano perduti per la vita
cristiana. Per fortuna però più tardi (di solito
al momento del matrimonio) si ha un ritorno di molti. Finiscono, io
credo, col confrontare i personaggi brillanti ma vuoti che vanno per la
maggiore nelle varie TV, con la loro madre e il loro padre, e la madre
e il padre sono troppo vincenti. Per questo, io credo,
c'è un recupero. Non di tutti, non di certe
ragazze, per esempio, che le esperienze 'laiche'
hanno trasformato nella testa e anche nel fisico; parecchi
però ritornano. [..]
A parte la Brianza ch'è relativamente immune, come
spiega lei la presenza di un comunismo così forte
in Italia?
Dov'è, nel mondo intero, che il comunismo
ha fatto più presa? Se escludiamo i paesi in cui
s'è imposto con la violenza, dobbiamo rispondere
in quelli cristiani, e più propriamente cattolici:
in Italia, Francia, Spagna, America latina. Nei paesi
protestanti invece, dove la gente non va quasi più
in chiesa e crede sempre meno nella trascendenza, la presa
è stata infinitamente minore. Questo perché
nei cattolici c'è l'attesa della redenzione, ed
è rimasta una predisposi-zione in tal senso anche
in quelli di loro che non credono più. Ora lei
sa che il comunismo si presenta appunto come una redenzione
portata dall'uomo all'uomo: come tale è sentito
anche a livello popolare.
Torniamo alla Brianza. A che punto vi stanno le cose quanto
alla cultura?
Occorre forse prima intendersi sulla forma mentis dei
nostri compaesani, i briantei. (Il termine brianzoli mi
sembra possa andar bene in dialetto, non in italiano:
in italiano, riduttivo e scanzonato com'è, non
corrisponde alla fi-gura di questa gente.) I briantei
dunque sono dei milanesi: noi siamo milanesi come lo sono
gli abitanti della Brianza comasca (e di Como stessa,
non solo, ma anche quelli di Varese, Lugano, Sondrio e
Pavia).
Noi
del ramo brianteo però abbiamo due caratteristiche che ci
connotano. Anzitutto, siamo 'paolotti': il brianteo
è paolotto, ossia è un credente di cultura
cristiana popolare. Tale è considerato, a livello di popolo,
anche dagli altri del gruppo milanese: i nostri operai pendolari, per
esempio, che andavano a Sesto a lavorare, per il solo fatto di
provenire dalla Brianza venivano considerati paolotti dagli altri
operai. Seconda caratteristica: abbiamo una propensione
all'arte, che in gran parte della restante
milanesità è poco presente. L'ho notato
fin da ragazzo, e ne parlo all'inizio de Il Cavallo rosso:
gli allievi delle nostre scuolette professionali di paese, anche
serali, arrivavano con frequenza a vincere le competizioni provinciali,
e non di raro nazionali (quando esistevano tali competizioni) in
materie come il disegno, o il lavoro del ferro, o del legno. Per questo
fatto, che la nostra gente è portata all'arte, in
seguito abbiamo assistito a episodi addirittura clamorosi.
Pensi
a certi paesi: Carugo per esempio (ma ce ne sono anche altri, come
Cabiate): ancora nel dopoguerra, lei lo sa, la gente di quei paesi
viveva prevalentemente di agricoltura. A un certo punto ha avuto la
possibilità di intraprendere un lavoro che le era
più congeniale, quello della lavorazione del legno, della
fabbricazione dei mobili: beh, da contadini sono diventati, quasi di
colpo, tutti mobilieri. E che mobilieri! Sono artigiani veramente
capaci, apprezzati ed esportatori in tutta Europa.
Al
giorno d'oggi però, una Brianza che non sia solo
folcloristica, cosa offre dal punto di vista culturale?
Quanto le ho appena detto, non le pare costituisca
già qualcosa? In ogni caso la Brianza offre un
àmbito, un golfo di gente con idee relativamente
ancora poco imbastardite dall'attuale confusione nazionale.
A Lissone, per esempio (altro paese di grandi produttori
di mobili: il maggiore d'Italia, se non sbaglio) quando
poco tempo fa io vi sono stato per presentare il mio libro,
mi sono imbattuto negli strascichi di una grossa polemica,
provocata da un responsabile della cultura locale, il
quale aveva dichiarato a uno scrittore in visita, che
a Lissone non si leggono libri. Per fortuna, io dico.
E' una fortuna che nei paesi della Brianza non si leggano
i libri che oggi vanno per la maggiore. Perché
se si leggessero, le idee della gente verrebbero poco
alla volta deteriorate, immiserite da tale lettura.
D'altra
parte - stando almeno alla mia modesta esperienza - i libri avvertiti
come validi, come propri, vengono letti. Non voglio esaltare le mie
opere, sarebbe ridicolo: però è un fatto che il
mio diario di guerra I più non ritornano l'hanno
letto anche molti operai e molte casalinghe; so che in alcune fabbriche
della Brianza più di metà degli operai
l'ha letto. La mia speranza è che adesso sempre
più operai leggano anche Il Cavallo rosso, come hanno
cominciato a fare.
Vogliamo
parlare di questo? E disposto a dirmi qual è l'atteggiamento
dei lettori appunto nei riguardi del suo libro più
importante. Il cavallo rosso?
La domanda mi imbarazza.
Beh, se non le va di rispondere...
Vediamo... Per cominciare, davanti allo spessore del volume
(sono più di milleduecento pagine, come lei sa)
quasi tutti provano un senso di spavento, e parecchi,
anche se ben disposti e culturalmente preparati, non riescono
a superarlo. In quelli che si decidono a leggere, grazie
a Dio subentra ben presto (diciamo dopo una quarantina
di pagine) la volontà di continuare, poi un interesse
sempre crescente. Nel corso della lettura le reazioni
più frequenti mi sembra siano principalmente due:
un'accentuata impressione di scoperta: "Ecco come sono
andata veramente le cose in Italia e nel mondo... ecco
qui la verità su ciò che è successo
e che sta succedendo..."; e - seconda reazione - una sorta
d'incantamento, di suggestione poetica prodotta dal racconto,
per cui chi legge non se ne stacca sino all'ultima pagina,
e alla fine gli spiace che la lettura abbia termine.
Dobbiamo
allora dire: un'impressione di verità e di bellezza?
(Corti allarga le mani e annuisce con un sorriso): Sono
molti i lettori che dicono così, e me lo scrivono.
Potrei mostrarle molte lettere.
Ho letto in diverse recensioni il convincimento che il
suo romanzo resterà.
Dunque speriamolo. Non pochi me l'hanno detto o scritto
con convinzione. Auguriamoci che succeda realmente.
Veniamo a un altro suo libro, Processo e morte di Stalin.
Lei lo ha pubblicato parecchi anni fa.
Sì, nel 1962. In quel libro si dimostrava
(tenga presente: nel 1962, ventisei anni fa) l'impossibilità
- intendo l'impossibilità materiale - di costruire
la società comunista. Ma pochissimi hanno letto
quel libro. Garzanti, che allora era il mio editore, non
l'ha voluto pubblicare, e l'edizione - di una piccola
casa editrice, e di poche copie - ha stentato di-versi
anni per esaurirsi. L'hanno letto invece in Russia, là
sì: ne hanno letta la traduzione, che a quanto
mi è stato assicurato è circolata nel samizdat,
o autoeditoria clandestina. Anche in Polonia l'hanno letto,
tradotto in quella lingua. Ma in fin dei conti si è
trattato sempre di un numero ridotto di persone
Lei
ha pubblicato anche Il comunismo 'realizzato'.
Più tardi. E' una raccolta di articoli e saggi
in cui mi adoperavo per far conoscere le stragi - come
abbiamo già detto: le maggiori della storia - operate
dai comunisti. E' uscito in un tempo in cui tutti gareggiavano
nell'esaltare il marxismo e il suo tragicissimo sogno
umanitario, scambiandolo, per la visione scientifica della
realtà. A raccogliere quegli articoli in volume
- ricordo - mi hanno convinto alcuni studenti di Verona,
i quali affermavano che nella loro università (come
in tutte le altre dei resto) si sentiva ormai solo la
voce dei rossi. Pensi che è stato uno di loro,
di quegli studenti, l'editore delle due prime edizioni
del volume: in seguito non ha potuto fare la terza, perché
era dovuto andare sotto le armi.
Ma come è stato possibile che tanti altri giovani
si innamorassero di miti quali il 'Che' Guevara e il marxismo?
Da quando nel campo della cultura hanno prevalso
i marxisti e i promarxisti, ai giovani viene proposto
di continuo il modello del rivoluzionario. Così,
poco alla volta, insensibilmente, il rivoluzionario e
la rivoluzione sono diventati il loro ideale. Del resto
molti giovani erano già pompati in tal senso dal
mito del progresso inarrestabile, insito nella concezione
laicista della storia. Pensi ai grandi subbugli del 68,
quando gli studenti, non solo italiani, ma dell'intero
Occidente, dopo avere preso il verbo dalle giovani 'guardie
rosse' cinesi, hanno scatenato quella specie di confusa
rivoluzione (per fortuna, qui in Occidente, soltanto verbale).
Credevano davvero in slogans tipo "La fantasia al potere",
che venivano dalla Cina: non si rendevano conto che le
'guardie rosse' di là erano mosse dalla fazione
più retriva del comunismo cinese, quella guidata
dall'esercito, il quale usava le 'guardie rosse' come
marionette per i propri fini. Chi, come il sottoscritto,
cercava di avvertire i nostri ragazzi del loro abbaglio,
veniva considerato né più ne meno, un deficiente:
non lo ascoltavano, non ci si arrabbiavano neppure.
In
una simile situazione, quali sono state le debo-lezze
del clero e dei parroci, soprattutto qui in Brianza? Pro-prio
dalla Brianza era uscito Pio XI, il papa che aveva condannato
solennemente il comunismo ateo. Almeno i preti avrebbero
dovuto far memoria di quell'insegnamento.
Non tutti i preti l'hanno dimenticato, infatti. Soltanto
una parte, e in Brianza una minor parte. Certo troppi
- nell'insieme del clero italiano - non hanno recepita
la lezione filosofico-teologica di padre Cornelio Fabro,
che li avrebbe difesi dal modernismo (ma si tratta di
un lungo discorso...) Ad ogni modo succede questo: che
in chi recepisce, anche in buona fede, qualcosa di sbagliato,
l'errore genera poi inevitabilmente confusione. E la confusione
finisce spesso col paralizzare.
[...]
Mi dica: cosa si prova assistendo, coscientemente e impotenti,
alla resa della cultura alla quale si appartiene?
Si passa attraverso emozioni diverse, e tutte non
allegre. Mentre uno è impegnato a lottare con ogni
sua energia, si trova un po' alla volta ad avere contro
anche molti dei suoi, che sono frattanto passati ad altre
impostazioni. A me è capitato, per esempio, col
quotidiano cattolico Avvenire, che mi ha escluso proprio
mentre scrivevo quegli articoli sulla Cina cui accennavo
prima. Al pari di me ha escluso personaggi ben più
importanti, come Mario Apollonio, ch'era allora una delle
maggiori figure della cultura cristiana in Lombardia e
in Italia: da un giorno all'altro non ha più potuto
scrivere sul giornale cattolico (di cui era direttore
Leonardo Valente: un povero sprovveduto, che quanto a
intelligenza e cultura non valeva un decimo di Apollonio).
In
seguito Avvenire ha cambiato più volte, e oggi è
un giornale indirizzato abbastanza bene, ma in quegli anni... Pensi che
al principio della battaglia sul divorzio (direttore era diventato
Narducci) Avvenire ha pubblicato anche diversi articoli, proclami ecc.
a favore del divorzio. Il quotidiano cattolico!... Beh, stavo dicendo:
ci si trova respinti, emarginati anche da molti che erano stati fino a
poco prima nostri compagni di lotta: questa è una brutta
sensazione. Qualcosa di simile però io l'avevo
già sperimentato: non so se lei ricorda ne Il cavallo rosso
i capitoli relativi alla rappresentazione teatrale a Roma: sono,
né più né meno, la descrizione di
ciò che mi è capitato nel 1962, durante la
rappresentazione ad opera della compagnia di Diego Fabbri della mia
tragedia Processo e morte di Stalin. Oltre le deprecazioni e gli
sproloqui dei giornali marxisti, mi ha tirato addosso anche quelli del
giornale democristiano, Il popolo! (Eppure ciò che allora io
mi adoperavo a far conoscere in anteprima su Stalin, oggi lo scrivono
gli stessi comunisti: solo che loro non arrivano nemmeno oggi a
spiegarsi il vero perché delle sue incredibili stragi.)
Beh,
l'emarginazione di per sé genera amarezza. Per
uno, scrittore, tuttavia, l'isolamento può anche
essere più propizio del successo: uno si trova ad avere
molto più tempo per rifinire le sue pagine, in quanto non
è disturbato da scadenze, né da altre
immediatezze; inoltre è più portato al rigore
verso sé stesso e il proprio lavoro. Del resto per
un'esperienza non meno massiccia di emarginazione ero
già passato ancora prima, subito dopo la guerra contro i
tedeschi, cui avevo partecipato nelle file dell'esercito
regolare. Avevo raggiunto l'esercito a fine 1943
nell'Italia del sud, attraversando fortunosamente le
contrapposte linee tedesca e inglese; nel 1944 e 45 noi militari del
Corpo italiano di liberazione avevamo combattuto non meno dei
partigiani, e anche il numero, complessivo dei nostri morti non era
stato inferiore al loro.
Pure,
dopo la guerra, era molto se i partigiani vittoriosi e i politici
innalzati al potere dalla resistenza (loro usano con prosopopea la R
maiuscola), ci tributavano qualche stentato riconoscimento verbale. Non
abbiamo certo ricevuto, premi, né posti nelle
amministrazioni, o dove che sia, e (ciò che più
pesava) neanche considerazione per quanto avevamo fatto, al punto che
oggi nessuno sa niente del Corpo italiano di Liberazione...
Infatti.
Finita la guerra mentre, nell'estate e nell'autunno 45,
montavamo la guardia al confine tridentino, i soldati
a volte se ne lamentavano. Ma - come io ripetevo loro
- era meglio così: perché nessuno di noi
si è esaltato, e il nostro giudizio sulle cose
è rimasto obiettivo, integro, non è diventato
parziale o fazioso. Grazie a quella dura esperienza d'emarginazione,
dopo avere combattuto per la libertà, abbiamo conservate
le nostre menti effettivamente libere.
Oltre a una simile consapevolezza, cos'è che l'ha
confortata di più al momento della frana della
cultura cattolica?
Anzitutto il convincimento di essere nel giusto (questo
viene prima d'ogni altra cosa): il convincimento cioè
di vedere le cose come sono davvero, secondo verità.
Mi confortava poi la concordanza con me di determinate
persone che stimavo, a cominciare proprio da Apollonio.
Ed anche il comportamento esemplare d'interi gruppi, per
esempio della gente dell'Opus Dei, e dei ragazzi di Comunione
e Liberazione (i quali, in occasione della campagna contro
il divorzio, hanno mostrata una disponibilità al
limite del sacrificio).
Non
basta, non so se questo la sorprenderà, ma il comportamento
di un altro gruppo umano mi è stato spiritualmente
d'aiuto: parlo degli alpini (cui io non appartengo, ma che
conosco bene). Era meraviglioso vedere come la frana civile non li
facesse vacillare, precisamente come non li aveva impauriti durante la
guerra il cedimento di altri corpi sul loro stesso fronte. In seguito
poi, una volta uscito 1l Cavallo rosso, sono cominciate le adesioni di
lettori sempre più numerosi, un numero, grazie a Dio,
davvero grande. Sono stati e sono soprattutto i loro consensi (certe
lettere in particolare, di gente d'ogni età e
cultura, dall'operaio al professore universitario) a
convincermi definitivamente di non avere sprecato il mio tempo.
C'erano anche i miei amici per-sonali, i quali anzi sono
aumentati di numero: uomini di cultura con cui ho finito con lo
stringere sempre più i rapporti. Ho nominato prima Cesare
Cavalleri, e non le sto a nominare gli altri, ma anche da loro mi
è venuto, e mi viene, un grande sostegno.
Sono
tutti letterati, come il critico Cavalleri?
No, sono soprattutto filosofi, e alcuni molto noti, perché
la filosofia - che ha sempre avuto tirature più
modeste, ed è quindi meno condizionata dagli editori
e dai mass media - non è stata espropriata quanto
la letteratura.
Tra loro c'è forse Augusto Del Noce?
Sì. in prima linea. E con lui padre Cornelio Fabro,
che ho ricordato poco fa, il quale prima d'essermi amico
mi è stato grande maestro: anzitutto con la sua
dimostrazione stringente, indimenticabile, dello sbocco
- nel nostro tempo - dell'immanentismo (cioè del
ripudio della trascendenza, del ripudio di Dio) nel nichilismo,
ossia nel nulla. Insieme a Del Noce e a padre Fabro ho
anche altri amici filosofi.
Mi dica francamente: tutto considerato non c'è
stato per caso tra i cattolici un venir meno della creatività?
E quanto alla cultura, in cosa consiste ormai, in fin
dei conti, la cultura cattolica?
Come può parlare di caduta della creatività
dopo i nomi che le ho appena citato? Quanto alla cultura,
le definizioni sono molte. Se consideriamo - senza alcuna
pretesa d'originalità - cultura l'insieme delle
convinzioni, delle conoscenze, e dei comportamenti che
caratterizzano un individuo o un gruppo, vediamo che la
cultura cattolica si di-versifica da tutte le altre a
causa della trascendenza cristiana, per la quale la vita
definitiva dell'uomo non è questa terrena: noi
non possiamo mai essere completamente "di questo mondo"
come gli altri. Ciononostante la cultura cattolica (grazie
alla Verità che la permea, e alla possibilità
di spaziare in qualche modo anche nell'àmbito,
della sopra natura) ha prodotto via via in questo mondo
le maggiori opere di filosofia, di arte, di letteratura,
di convivenza umana, insomma di civiltà, dei trascorsi
duemila anni: lei lo sa bene.
Nel
corso del nostro secolo la scristianizzazione di due nazioni in diverso
modo all'avanguardia della modernità, ha invece
portato da un lato al cannibalismo programmato, e dall'altro
alle camere a gas. Di una simile improvvisa retrocessione dalla
condizione civile a quella cavernicola e peggio, la cultura laica non
sa darsi una spiegazione valida (il 'culto della
personalità' non spiega minimamente le centinaia
di milioni di morti fatti dai comunisti, e i nazisti non erano affatto
dei gangster come vorrebbe Brecht, erano qualcosa di ben più
pericoloso, e di completamente diverso). Noi, grazie alla
più completa visione di cui disponiamo, possiamo darci la
spie-gazione di tale realtà, e la possiamo mettere a
disposizione di tutti.
Anche qui: con che risultato?
Per il momento la nostra voce non riesce quasi a farsi
sentire, d'accordo. Comunque è l'unica che spieghi
davvero le enormità di barbarie che si sono succedute
nel nostro secolo, e che potrebbero ripetersi in avvenire.
Lei mi chiedeva se per caso non ci sia stato tra i cattolici
un venir meno della creatività. No, le ripeto,
non si tratta di questo: nel campo della nostra cultura
si è instaurata la divisione, e una delle due parti
- quella cattocomunista, con tutti i suoi annessi - costituisce
un vero e proprio prolungamento nel nostro àmbito
della cultura acristiana. Se uno di noi produce in modo
valido, ma non è visto di buon occhio dalla fazione
cattocomunista, il giudizio su di lui rimane quanto meno
sospeso. Cosicché egli non può essere del
tutto presente neppure nello stesso àmbito cattolico,
per esempio nei nostri licei (che pure esistono ancora,
e sono magari fiorenti), o nell'università cattolica,
che finisce con l'ignorarlo. (Non c'è più
un Mario Apollonio, e mentre sono sempre validi i docenti
di economia, legge, medicina, e insomma delle facoltà
scientifiche, gli ometti che insegnano oggi lettere e
umanesimo non se la sentono d'inimicarsi i loro colleghi
cattocomunisti e soprattutto hanno paura di uscir fuori
dai binari imposti a tutti da quegli altri ometti, però
egemoni, che spadroneggiano nella repubblica delle lettere.
Oggi dunque è anzitutto la divisione tra noi che
ci tiene fuori gioco.
Da dove dovremmo partire, e come fare, per ricostruire
la cultura cattolica?
Il problema che condiziona il resto è ristabilire
una nostra unità, assecondando, in tutti i modi
gli sforzi in questo senso del Papa. Nel frattempo noi
che facciamo professione di cultura, non dobbiamo, limitarci
a individuare gli errori e le deficienze della cultura
egemone marxista-laicista (forse, tra poco, soltanto laicista),
ma operare soprattutto in positivo, producendo opere nostre.
Non importa se, in un primo tempo, saranno pochi intorno
a noi - una minoranza degli stessi cristiani - a fruirne.
Nell'àmbito della letteratura dunque noi dobbiamo
limitarci a far notare come gli autori laicisti - anche
quelli dotati e bravissimi - a causa del loro nichilismo
non possono che produrre cose sempre più vicine
al nulla. Dobbiamo, certo con spirito di modestia, dimostrare
nei fatti che la nostra concezione ci consente - oggi
come nei secoli passati - di produrre opere di valore:
anche di grande valore. E in tale nostro operare che Dio
ci aiuti, come ha aiutato coloro che ci hanno preceduto.